Autogrill

Anche l’occhio vuole la sua parte. Con questo adagio dal sapore di saggezza antica i nostri nonni liquidavano l’apparenza di una cosa che aveva le sue qualità salienti altrove (come una torta di fragole o un’automobile). Con l’avvento del consumismo pesante l’occhio si è ritrovato, poverino, sommerso da stimoli attraenti in provenienza da merci non propriamente visuali (si vende più tonno se la scatola è bella, anche se quel tonno fa schifo). Parallelamente si è sviluppato, presso i commercianti e le ditte, il perverso concetto di presentazione dei prodotti, fino a diventare quasi un’ossessione. Esiste un luogo (anzi, un non-luogo, come vedremo più avanti) dove l’allestimento delle merci diventa un’apoteosi sensoriale; dove queste possono finalmente svilupparsi a piacimento nello spazio (e anche nel tempo) apparendoci nella loro veste più sfavillante e convincente: l’Autogrill.

Mi riferisco agli Autogrill più comuni, con quei bei nomi evocativi (Aglio est, Panetta sud, etc.) che si incontrano principalmente sull’Autosole: quelli, per intenderci, dei panini Fattoria.

Teoricamente l’Autogrill sarebbe un luogo amico: puoi comperarci il giornale, le sigarette e farci colazione; puoi farci un pasto rapido oppure sederti e ordinare, telefonare, cambiare l’acqua. Insomma non sarebbe neanche tanto male, se non fosse che:

negli Autogrill tutto induce alla contemplazione estatica delle merci, allestite lungo chilometri di corridoi che si è costretti a percorrere per intero da un perverso e ferreo meccanismo di ingressi ed uscite. Si sa quando si entra, ma non si può mai dire quanto tempo passerà prima di riguadagnare l’uscita, ne’ cosa mai si sarà tentati di prendere sul percorso: piramidi di panettoni, di Pizzoccheri della Valtellina, di cioccolate, file di caramelle, di calzini, di assorbenti ti invocano, muti, in un crescendo visivo inebriante e quasi demoniaco. Puoi comprarci di tutto, negli Autogrill: te ne accorgi mentre fai la fila alla cassa (col giornale e una bottiglia d’acqua) dietro ad uno che deve pagare 78 cacciavite, sei chili di Fusilli, peperoncini, piatti di carta, un set di posate in osso di Daino, una pentola per la pasta, un fornelletto con bombola di gas, una bottiglia di Nocino a forma di Sant’Elia, una dentiera per la zia, un poster di LaToya Jackson, la cassetta AmaroLucano Compilation e una cinta con la scritta “Viva il Comunismo” in russo (che lui non capisce e disapproverebbe).

Gli Autogrill sono un non-luogo: una volta dentro non sai più in che località geografica ti trovi; sei in un maledetto incubo architettonico, sempre identico ovunque, un mix tra un aeroporto e una cattedrale: il Tempio del Superfluo. Un luogo provvisto di proprie tradizioni, usanze tipiche e propri prodotti “locali” che danno luogo a veri e propri folclori paralleli, come la leggendaria Noce di Prosciutto al Pepe.

La Noce di Prosciutto al Pepe è un oggetto storicamente importantissimo: si tratta infatti della prima ed insuperata “Simulazione di prodotto tipico locale”. E’ venduta soltanto negli Autogrill (l’avete mai vista altrove?) ma rimanda ad un passato di baita, di tradizione montanara (e infatti la Noce è proposta in ceste di legno grezzo, impacchettata ma visibile) che semplicemente non esiste, proprio come la Valle degli Orti o l’Uomo del Monte. In ogni Autogrill, fateci caso, c’è un tempietto della Noce, una cappella lignea dedicata a questo Santo Patrono del Prodotto Locale Immaginario (archetipo mitico del genere “finto-naturale”) giustamente collocata nell’immenso Tempio Pagano della Merce; una stazione della Via Crucis commerciale che ci tocca ogni volta che ci scappa in autostrada.

PS: Com’è che in Autogrill si vendono così tanti alcolici sfusi? Sarà una iniziativa dell’Unione Italiana Demolitori di Auto?