Trentacinque ore

Una volta l’orario di lavoro non esisteva; si lavorava quanto ci voleva per produrre il necessario. La caccia, per esempio, durava il tempo utile per portare a casa di che sfamare se stessi e la propria famiglia. Se ti andava bene e abbattevi un mammuth in tre minuti, potevi poi startene a casa per settimane a goderti le braciole. Se invece portavi a casa un coniglio e basta, il giorno dopo dovevi rimetterti al lavoro. Pare la preistoria, a dirla così, ma bisogna ricordare che, fino a pochissimi anni fa, la vera ricchezza dei contadini erano i figli; ogni figlio dai sei anni in su voleva dire due braccia in più per coltivare il campo, e quindi o un po’ di campo coltivato in più (o un po’ meno di lavoro per tutta la famiglia). Fino alla fine del secolo scorso il lavoro minorile, anche in fabbrica, era una regola. Si lavorava 12, 14 ore al giorno, come bestie. E’ da questa realtà infame (pochi padroni ricchissimi e una moltitudine, il proletariato, che sgobbava per tutti) che sono nati i grandi movimenti sindacali, le battaglie civili, il concetto di “qualità della vita” e anche quegi ideali che ponevano il lavoratore al centro del sistema sociale; mi riferisco al socialismo, per intenderci: un’idea che ha cambiato il mondo (che a Berlusconi piaccia o meno).

L’orario di lavoro si è quindi svincolato dal concetto di produzione per diventare un’entità più astratta; la battaglia per le otto ore lavorative è stata ferocissima (coi Berlusconi dell’epoca incazzati come bertucce), ed è stata vinta affermando il seguente concetto: otto ore al giorno sono un orario di lavoro giusto, umano, più adatto ai ritmi della vita. Rimane del tempo da trascorrere in famiglia, con gli amici, per la cultura, etc. Idem per le ferie: sono un diritto solo da pochi anni. Prima ci andavano solo i Berlusconi (che c’ha otto ville in Sardegna e va in vacanza alle Bahamas).

In questo quadro entra in gioco un ulteriore elemento, per me fondamentale, e che nessuno sembra ricordare, in questi giorni di polemica sulle 35 ore: l’automazione.

Avete un bancomat? Bene, sappiate che usando il bancomat (che io adoro) voi di fatto sottraete un posto di lavoro, perché la mansione così brillantemente svolta da una macchina (che non si distrae, non telefona, non gli stai sul cazzo) veniva eseguita, fino a ieri, da un lavoratore. Il quale, invece di compiacersi, di sentirsi liberato, ha strillato come un bue al macello: “Ecco! Il mio amato lavoro! Come finiremo? Se il mio ruolo viene svolto da una macchina, io cosa farò?” Ogni volta che si sostituisce un uomo con una macchina si sente sempre la stessa storia. Mi pare di sentirle, le lamentele dei portapietre delle piramidi quando hanno inventato la ruota, dei portantini all’invenzione del cocchio o degli svuotacessi all’invenzione dello sciaquone. Sempre la stessa solfa: e il mio lavoro?

Ecco: è chiaro che l’automazione è inarrestabile (e bella, giusta, liberatoria, razionale e comoda). E’ quindi evidente che andranno impiegati sempre meno umani. Questo ovviamente non piace ai sindacati, che vivono di grandi masse di lavoratori (in senso tradizionale) che vanno scomparendo, come il panda; e non piace ai lavoratori (ancora legati ad una mentalità antica) che vedono la loro funzione svuotata di senso. Ma allora, perchè non vederla tutti da un punto di vista più interessante e fare nostro un vecchio slogan sempre buono: “Lavorare meno, lavorare tutti”?