No Alpitour

Non se la prenda, signor Alpitour, non ce l’ho con lei ma coi suoi spot, che purtroppo tornano ogni estate nella memoria collettiva. Vorrei innanzitutto dirle: turista sarà lei. Io tuttalpiù sarò un viaggiatore, un viandante, un nomade, un girovago, un “coatto al moto”, ma un turista sarà lei. E poi: purtroppo sono assai poco influente, ma l’unica contromisura ai suoi spot che riesco ad immaginare sarebbe una campagna nazionale di rieducazione sui pregi del viaggiare indipendente, realizzata a sue spese. perché:

gli unici viaggiatori che io abbia mai visto veramente a disagio in terra straniera sono coloro che viaggiano organizzati da un’agenzia (che da qui in poi, per comodità, chiameremo turisti). Sono sempre loro i più addolorati, quelli che si lamentano di più. “Io ho pagato!”, tuona un salumiere di Vimercate nella sala d’aspetto della stazione di Delhi; “Ho pagato e pretendo tutto quello che c’è scritto sul dèpliant. Mara, ce l’hai il dèpliant? Eccolo. Vede,” dice lui ad un povero indiano addetto dell’agenzia, “qua dice ‘Stazione: reception di prima classe, con beveraggi e catering’. Questa topaia non è una reception di prima classe, non c’è il catering, da bere c’è solo succo di mango e la mia signora non lo digerisce!”. Gli hanno promesso cose assurde, evidentemente irreali, che adesso il turista si aspetta davvero: spaghetti al dente in Uganda, albergo cinquestelle in un villaggio Andino, pomeriggi liberi per lo shopping in Siberia, fresco nel Sahara, comode escursioni in Tibet, treni in orario in Italia e porchetta in Iran. Un poveraccio che non ha mai viaggiato, spaventato dalla perfida ed ingannevole réclame, si va a comprare un “pacchetto vacanze” (straordinario eufemismo); l’agenzia glielo rifila infiocchettato per bene e corredato di dettagliatissimo opuscolo informativo, affinché il cliente possa pregustare con mesi di anticipo tutti i lussi che lo aspettano. E’ logico che poi si illude che tutto vada come negli ingannevoli pieghevoli.

Ma non è solo a tradito nelle aspettative, il turista: soffre come una bestia. Soffre di stomaco, perché il Brasato con Patate che gli hanno servito a cena (a Lagos, per esempio) faceva schifo (ma va?). Ha il raffreddore ai tropici perché l’aria condizionata del suo hotel funziona male. E’ sfinito dal programma di viaggio, serratissimo e inumano. Ha paura di tutto: paura di uscire dalle aree di stazionamento per turisti (lager di botteghe con prodotti tipici e bigiotteria a prezzi da Monòpoli), paura dell’acqua (anche disinfettata), delle malattie (ma cosa scrivono sui loro dépliant le agenzie?), dei furti, delle truffe. Il turista, soprattutto alla fine del viaggio, è sempre incazzato; si incontra nei centri storici di tutto il mondo: può essere tedesco, giapponese, italiano, americano o comunque. Col suo bel borsello dell’agenzia di turno, è incazzato come una iena: chiama “loro” la popolazione locale, conta il resto tre volte, annusa il cibo con sospetto. Ogni acquisto è oggetto di trattative imbarazzanti (tipo 50 lire), anche in paesi poverissimi. Ogni piccola contrarietà viene immediatamente ingigantita e diventa spunto di lunghe filippiche contro gli abitanti, i loro usi e costumi, la loro proverbiale pigrizia, immoralità, etc. Dovremmo saperlo bene noi, che viviamo in un paese turistico.

L’impressione è che questa gente non avrebbe mai dovuto muoversi di casa. Ma è un’impressione falsa e fuorviante. Perché non c’è niente che non vada in questi signori: sono soltanto caduti in un tranello. Hanno creduto a chi li ha persuasi, in modo subdolo e accattivante, che il “turista faidaté” è un perdente e che il solo modo per visitare terre lontane sarebbe quello di rivolgersi all’agenzia. Il perdente è chi si compra i pacchetti; il malvagio è chi glieli rifila così. Buone vacanze (faidaté).