La teoria del Baburèn

Nei magici anni ’60 una delle poche occasioni che avevo di ascoltare musica collettivamente era d’estate al mare, sul Juke box del baretto dello stabilimento. Un gruppo di teenager lo alimentava a monetine, scegliendo la musica che avrebbe sentito tutta la spiaggia: il volume era altissimo. I giovani ascoltavano (e ballavano) Celentano, la Pavone, Mina e qualche straniero tipo Paul Anka. Io, ancora bambino, stavo sotto l’ombrellone e ascoltavo a distanza, avvicinandomi solo quando c’era una canzone particolarmente attraente. La più eccitante di tutte era annunciata da una specie di grido di battaglia che mi metteva in uno stato di frenesia maniacale: “Ba, Ba, Ba! Ba Baburèn!” Pure i teenager erano eccitatissimi, e il Baburèn era un momento di estasi per tutti. Solo molti anni dopo ho capito che si chiamava Barbara Ann e la cantavano i Beach Boys. Informazioni certamente utili ma che non hanno aggiunto niente alla gioia che continuo a provare quando parte il Baburèn.

Più tardi, quando ho scoperto Bob Dylan, mi è venuta la curiosità di sapere cosa dicesse: A Hard Rain’s A-Gonna Fall dura oltre sei minuti e senza capire il testo è piuttosto noiosa. Prima di lui, e con moltissime eccezioni anche dopo, il testo di una canzone veniva sempre secondo. L’esempio perfetto è Tutti Frutti di Little Richard, col ritornello nonsense che però contiene una delle frasi chiave della storia del Pop moderno: “Wah bap a loom op, a lop bop boom!” Che vuol dire? Domanda sbagliata. Nel Rock’n’roll, come lo dici è sempre stato più importante di cosa dici. Il messaggio è il suono, il ritmo, il tono di voce, l’attitudine.

Con Dylan invece arriva l’importanza del testo, la profondità, la poesia. Ingredienti molto importanti nella sua opera, e d’ispirazione per generazioni di autori e cantanti che iniziano a concentrarsi sul testo cercando di dire cose profonde. Non sempre l’operazione riesce, e una parte della musica post-Dylan è infestata da testi finto-profondi, pseudo-poetici insopportabili. Non è un caso che molti di noi abbiano amato Iggy Pop. La sua teoria (ben spiegata nel documentario Gimme Danger) è che una canzone non dovrebbe contenere più di venticinque parole, e in molti casi ci è riuscito. La poetica degli Stooges è interamente declinata dal suono, dalla struttura dei brani, dal modo di stare in scena. Se avessero cantato l’elenco del telefono avrebbe fatto poca differenza, anche se il testo di I Wanna Be Your Dog resta un capolavoro. A pensarci bene l’intera storia del Pop si potrebbe dividere in due famiglie: quelli i cui testi sono essenziali (come Springsteen o Leonard Cohen), e quelli che invece basano la propria poetica innanzitutto su altro: Motörhead, Prodigy e mille altri. Per fortuna ci sono anche moltissimi casi in cui parole e musica insieme aumentano l’effetto: Fight The Power dei Public Enemy ha un testo potente incapsulato in un suono che già dice tutto, come d’altronde Smells Like Teen Spirit, Rastaman Vibration o Roadrunner. Però all’epoca la folgorazione di London Calling (che pure ha un testo sensato) era nel titolo, nel suono, nell’ululato di Strummer e nella frase: “London is drowning and I live by the river”. Sono ragionevolmente convinto che fosse così anche per la maggioranza dei Punk (almeno in Italia), e che una buona percentuale non si sia mai posta veramente il problema del testo: bastava la musica per capire tutto.

Nel 2019 purtroppo la situazione si è capovolta e in ogni canzone ò obbligatorio un tentativo di poesia. A volte dignitosa o furba, talvolta miserabile, spesso mediocre, molto raramente sublime. Che va benissimo, per carità: se devi dire qualcosa, in qualche modo dovrai pure dirla. Però questa ricerca di profondità rischia di oscurare l’altra metà della storia, e cioè che nel Pop il messaggio è innanzitutto nel suono e poi nel significato. Prima nella pancia e poi nella mente. Insomma se chiedete a me, la musica ha bisogno di meno poesia e più Baburèn.