Adagio Sincopato

Imparare a suonare uno strumento è un percorso che corre su due binari paralleli. C’è la padronanza tecnica, cioè la capacità di farlo suonare, e l’apprendimento del linguaggio di quello strumento, degli stili di esecuzione. E’ come imparare una lingua, che non vuol dire solo conoscere le parole e saperle mettere insieme, ma anche sapere come si parla. Questo poi serve a usare davvero quella lingua, ad averne padronanza. Per gli strumenti musicali è lo stesso: non basta far andare le mani, ma c’è bisogno di sapere, conoscere, impadronirsi del lessico corrente per poi, forse, svilupparne uno originale. Dopotutto stiamo parlando di Popular music, dove niente è mai completamente nuovo.

Con la rivoluzione digitale, molti strumenti una volta per pochi, oggi sono disponibili gratis dentro i computer. Alcuni fanno davvero orrore, ma altri, come i molti campionatori gratuiti che si trovano online, sono strumenti assai potenti, assolutamente in grado di produrre musica finita. E molta gente ci prova: basta andare su Soundcloud per accertarsene. I risultati sono prevedibilmente alterni, e uno dei motivi sta proprio nella questione qui sopra. Un buon esempio sono i ritmi. Oggi procurarsi una Drum Machine software non costa niente, e consente a chiunque di comporre dei beat. La tecnica si impara in mezz’ora. Ma la domanda è: che ritmi scrivere?

La mia prima Batteria Elettronica, circa 1985, era un disastro: suoni orrendi e un sequencer assai rudimentale. Ho passato degli anni a farci dei beat, innanzitutto cercando di copiare quelli degli altri: Prince, Michael Jackson, Sly & Robbie, ecc. Credo sia lo stesso per tutti: cerchi di riprodurre la musica che ti piace, e di capire come sono fatti quei ritmi – smontandoli e rimontandoli. Ascolti dei dischi, scopri delle soluzioni, le provi e magari le adotti: l’arte, popolare o meno, funziona così da sempre. A un certo punto però ti rendi conto che anche i tuoi modelli ne avevano di loro. Se ti piace la chitarra elettrica probabilmente studierai Jimi Hendrix. E prima o poi vorrai sapere lui da chi ha copiato (spoiler: Buddy Guy, Johnny Guitar Watson e John Lee Hooker, tra gli altri). Pure se scrivi dei beat, quando hai finito di copiare (cioè impadronirti di) quelli degli altri, ti chiederai da dove vengono, e cosa ha ispirato loro. E, nel caso dei ritmi, la questione è più complessa.

Esiste una storia del ritmo nel XX secolo, che parte dallo Swing (come movimento ritmico, non il genere) e arriva alla Techno, all’Hip hop e alla Trap. Una vicenda assai articolata, dove si incontrano alcuni concetti illuminanti – e utilissimi per chiunque maneggi una Drum Machine. Alcuni esempi. Lo Shuffle è il ritmo del Rock’n’roll e del Blues. Intorno a questo beat esiste un florilegio di variazioni, una più bella dell’altra. La mia preferita è quella di Bernard Purdie (forse il batterista più influente della storia del Pop), il quale inventa il Purdie Shuffle – cioè lo Shuffle suonato Half Tempo (con rullante sul terzo battito, che da l’impressione di mezza velocità ma continua a spingere). E anche: il Second Line Drumming è uno stile di Batteria di New Orleans, e un ritmo, che riproduce l’effetto delle Marching Band, con grancassa (che suona un ritmo di Clave cubana), piatti e i rullanti suonati con una tecnica quasi militare; l’effetto è irresistibile. Oppure: lo Stomp è noto come musica per la famigerata Line Dance, il ballo bifolco americano. Il Country Stomp invece (a volte suonato con strumenti rudimentali) ha la stessa propulsione ritmica della Techno: in questo caso è il tamburello (strumento Dance per eccellenza, come sanno bene i Salentini) che spinge, assai forte, il ritmo in levare.

Tutte informazioni oggi disponibili immediatamente in rete, non solo in forma scritta (i ritmi di cui sopra li trovate su YouTube). Strumenti utili per la propria formazione culturale, necessaria oggi che alcuni strumenti sono tecnicamente immediati. E strategici per evitare l’effetto Copia e Incolla che un po’ segna l’esperienza di ascolto su Soundcloud (e a volte pure su Beatport).