Oggi, domani e l’altroieri

Insegnando Storia della Cultura Pop, spesso mi trovo davanti studenti ventenni con un’idea molto precisa e terribile. Secondo loro sarebbe esistita un’età dell’oro della musica, un passato mitico e non riproducibile, che farebbe da matrice a tutta la musica e cultura Pop successiva. E che per sempre ci ricorderemo degli anni ’60 e ’70 (anche i ’50 e gli ’80, ma meno) come “mitici” (nel senso più genuino del termine) e fondativi. A volte ne sanno molto, altre volte quasi niente (per un ventenne, la storia del Pop è familiare ma non ben nota, gli arriva a pezzi e mai cronologicamente), però questa rimane una costante: il passato non solo influenza il presente (come è giusto che sia, e come gli dico anche io), ma lo batte a man bassa. E io su questo ho qualche imbarazzo, innanzitutto per motivi personali: non riesco a immaginare niente di più brutto di uno dell’età dei tuoi genitori che ti insegna che il passato è meglio del presente. Infatti cerco di essere obiettivo, di sottolineare anche gli aspetti negativi del passato, di far loro presente che stanno vivendo in una rivoluzione (quella digitale) che sta cambiando molte cose, non necessariamente in peggio – anzi. Però continuo a vedere studenti con la maglietta dei Clash (sciolti nel 1986, circa dieci anni prima della loro nascita), che ascoltano i Doors (terminati nel ’71), se non addirittura i Dream Theater (il passato non passa, neanche quando dovrebbe).

Naturalmente, benché io la pensi diversamente, il fatto che per loro sia così è interessante. E posso capire come quegli anni, così diversi da questi, diventino leggendari. Certo, è allora che sono fiorite alcune spinte culturali (l’antirazzismo, l’ecologia o il pacifismo militante, per esempio) che sono centrali ancora oggi. E’ anche la fase in cui le culture giovanili (e il concetto di gioventù) diventano protagoniste, almeno apparenti, della società. Molta della musica di quegli anni informa quella odierna, in un modo o nell’altro. Perfino la moda parrebbe vivere in un ciclo di eterni ritorni, con costanti rimandi al passato e rarissime ipotesi sul futuro. Quindi magari è vero, la cultura Pop ha avuto un momento esplosivo, e oggi viviamo ancora nella coda di quella cometa. E sento chiedere (dagli studenti, ma anche da gente più colta e titolata, perfino sui giornali): chi sono i nuovi Beatles? Dov’è l’album fondamentale, il The Dark Side Of The Moon del 2016? Chi è il nuovo Freddie Mercury?

Beh, è ovvio che guardando la questione da questa prospettiva, parrebbero avere ragione. Però ho due obiezioni. Quando ci si trova a vivere una fase culturale, non si ha l’esatta percezione del panorama: negli anni ’70, gli anni ’70 sembravano orrendi, malgrado uscissero dischi importanti, o nascessero nuovi generi molto significativi. Il mondo sembrava bloccato, non si intravedevano soluzioni, i miei coetanei si sparavano per strada. Poi, passato del tempo, gli anni ’70 sono diventati “mitici” (nel senso gergale) e indimenticabili. Quindi è molto possibile che mentre si rimpiangono i Pink Floyd, ci si perda qualcosa di altrettanto importante per il futuro, che succede oggi – o domani.

Ma la cosa interessante mi pare un’altra: aspettarsi i nuovi Beatles mi pare assurdo. Immaginare un cambiamento culturale come quello degli anni ’60 non ha senso. Quelli erano gli anni ’60, con Dylan e Woodstock. Questi sono anni molto, molto diversi. Sono diverse le modalità, sono diversi gli strumenti, e sono diverse anche le forme. Negli anni ’60 la musica aveva anche la funzione di trasportare idee e atteggiamenti culturali. Oggi non è così (salvo a farsi fare fessi dagli U2) – ma per la musica. Il lavoro di uno come Banksy, per esempio, trasporta benissimo idee, atteggiamenti culturali e politici. Il nuovo Freddie Mercury di sicuro non canterà We Are The Champions. I nuovi Beatles sono Banksy, Jimmy Wales e Larry Sanger (i creatori di Wikipedia) o Bram Cohen (che ha inventato Bittorrent). Vere Popstar del XXI° secolo, anche portatrici di idee nuove. Altro che Bono.

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