Myspace: intervista a Tom Anderson

(Testata: Rolling Stone)

Scrivere della rete e delle sue storie di successo come Google, Napster o Myspace è un po’ come cercare di raccontare accuratamente l’epopea cinquecentesca delle scoperte geografiche: è difficile avere notizie di prima mano, realtà e mito si confondono inestricabilmente e ognuno racconta la propria versione. Ma a differenza di fatti oramai remoti, come la nascita di Internet o della preistoria della Apple, sulle vicende accadute dopo il 2000 c’è un altro velo, ancora più difficile da sollevare: il marketing mitologico (e naturalmente il suo contrario, la denigrazione a priori). Ciò detto, questa è una vicenda di tempismo perfetto, intuizioni possenti e grandissimo successo, e non saranno due o tre discrepanze a renderla meno notevole. Sappiamo quasi tutti che oggi la corsa del Web 2.0 (la rete vuota, da riempirsi a cura degli utenti) se la giocano Myspace e Facebook, a tal punto che lo scorso aprile, quando il secondo ha superato il primo nel numero di visite, ne ha parlato perfino la stampa quotidiana. Indubbiamente si trattava di una notizia, essendo Myspace una delle storie di successo più strepitose degli ultimi anni, nella quale il social networking vero e proprio è sempre di più una parte del tutto.

Myspace nasce ufficialmente nell’agosto 2003; è la costola di una società di marketing fondata nel ’98 che già si occupa di IT. Questo consente a Myspace di usufruire delle infrastrutture tecniche necessarie a un sito del genere che, dice la leggenda, va online a 10 giorni dalla creazione (mentre di solito ci vogliono dei mesi). Il meccanismo di Myspace non è originale al 100%; anzi, per stessa ammissione di Tom Anderson (presidente di Myspace fin dall’inizio) l’ispirazione venne da Friendster, social network tuttora attivo e popolare in Asia. Il termine ispirazione forse è un po’ debole: Anderson (che ho incontrato qualche mese fa a Milano), Chris de Wolfe e il loro team sostanzialmente copiarono Friendster (nato l’anno precedente), migliorandone l’interfaccia e il meccanismo sociale. Questo però, nel mondo delle tecnologie, è un piccolo peccato veniale: in realtà quasi nessuno inventa niente da zero, e moltissime feature di PC e Web vengono da altrove – licenziate, o più spesso copiate. Va però detto che il cocktail messo a punto da Myspace è subito vincente, e il mix di social network, blog, immagini, video e musica (che arrivano qualche tempo dopo) funzionava a meraviglia – a tal punto che a soli 23 mesi dal lancio (e con decine di milioni di iscritti) viene rilevato dalla News Corporation di Rupert Murdoch per la graziosa somma di 580 milioni di dollari.

Il meccanismo di accesso, semplice e efficace, è rimasto praticamente invariato dalle origini: ci si iscrive (molto rapidamente) e si accede a un profilo vuoto con grafica standard. All’inizio si ha un solo amico – il presidente Tom: “Il problema di Friendster”, dice Anderson, “era che all’inizio non si avevano amici, e il meccanismo di add prevedeva di poter essere solo amici di propri amici. Myspace invece, avendo tutti me come amico, consentiva di avere un solo grado di separazione tra tutti gli utenti.” Da qui la frase una volta onnipresente, ma oggi scomparsa: “Eminem (o Gesù) is in your extended network”. Tom, nel suo profilo (Uomo, 33 anni, Santa Monica, California) localizzato in tutte le lingue di Myspace, ha 249.713.081 amici, e nella casella “Mi piacerebbe conoscere” ha scritto: “Mi piacerebbe incontrare delle persone che mi insegnino qualche cosa, che mi ispirino e divertano… Ho degli amici molto vicini che conosco da sempre, ma mi piacerebbe averne molti di più.” Complimenti per la socialità. Si fa anche fatica a credergli quando afferma: “Quella resta la mia pagina personale, e cerco di passarci almeno un’ora al giorno, ma spesso di più. E’ un eccellente indicatore di come la pensano gli utenti, e per avere feedback sulle nuove funzionalità.” Chiunque abbia un normale spazio sa che soltanto gestire 249 milioni di amici richiederebbe una piccola azienda.

tmmspCi sono poi alcune altre bizzarrie nella storia di Tom Anderson. La prima riguarda la sua età: lui dice di essere del ’75. Ma pare che invece sia del ’70 (avendolo incontrato, francamente mi pare più plausibile), e che si sia abbassato l’età perché un “amico Myspace” intorno ai 30 fa più figo di un quasi quarantenne. La seconda riguarda la famosa foto del suo profilo, quella di 3/4 con la maglietta bianca, probabilmente la singola immagine più riprodotta della rete (e quindi forse della storia della fotografia), considerando che solo su Myspace ce n’è una in ognuno dei profili dei suoi amici. Lui sostiene che sia stata scattata nel 2001 alla UCLA, da un non meglio precisato collega di corso (aggiungendo: “Speriamo che non si faccia vivo per reclamare il copyright!”), e che sarebbe la sua prima foto digitale. Non torna, innanzitutto perché molti di noi hanno foto digitali anteriori al 2001, e mi pare curioso che alla UCLA non circolassero le digicam. Mi pare invece più probabile che, come sostengono i detrattori di Myspace, sia una foto scelta a tavolino. E scelta con cura: Tom è un po’ il poster boy di Myspace (i maligni sostengono che lo sia letteralmente, che sia più un PR che un presidente), un modello lievemente nerd ma piacente, che con centinaia di milioni di dollari sul conto corrente, considera una vacanza farsi un giro degli uffici Myspace nel mondo: “La mia vita non è cambiata coi soldi: ho comperato una casa circa un anno fa, e mi fa piacere sapere che se non vorrò lavorare dopo Myspace potrò farlo, ma quello che faccio mi appassiona ancora moltissimo.” Detto questo, Anderson rappresenta un nuovo genere di imprenditore Internet; uno che, a differenza di Brin e Page, Jobs o Gates non viene dal codice, anche se si mormora di sue imprese di hackeraggio giovanile, ma è in grado di sovraintendere (da molti punti di vista) una così complessa e efficiente macchina da guerra.

Nel tempo Myspace è diventato onnipresente e internazionale (con uffici in una trentina di paesi e molte localizzazioni) restando sempre assai orizzontale. Quasi tutti hanno uno spazio, specialmente i musicisti. Gli esordienti, per i quali è uno strumento insostituibile di relazioni e promozione, ma anche le star le quali, malgrado abbiano già fior di siti web, trovano in Myspace la possibilità di ricongiungersi alla loro base, di esserci senza esserci – uno dei grandi sogni resi possibili dai media digitali. Tra i power user italiani c’è gente del calibro di Ferro, Ramazzotti, Pausini (che si dice ami molto personalizzare le pagine degli amici) e, più prevedibilmente, Cristina Scabbia dei Lacuna Coil. Ma non serve fare musica per avere uno spazio: chiunque in realtà può avere ottime ragioni per esserci, e su Myspace tutti gli spazi sono uguali. Questo è uno dei segreti del suo successo: l’unica differenza visibile tra la pagina dei Jonas Brothers e quella di un loro fan è il numero di amici (1.091.234 quelli dei fratellini verginelli, a metà novembre). Ovviamente poi ci sono le differenze invisibili, e non sono piccole. Esistono nel mondo numerose aziende che si occupano di aprire, personalizzare e gestire spazi su Myspace, con grafiche coordinate, ricerca e aggiunta di amici e perfino risposte singole ai messaggi email: “Ho smesso perché mi ero stufata di smistare posta di fan femminili che si proponevano”, confessa un’ex addetta agli spazi di diversi artisti italiani che preferisce rimanere anonima.

Il sito però, in origine, non è pensato come un servizio per musicisti: “Myspace nasce per tutti. La musica è venuta solo in un secondo momento, su input degli stessi artisti”. Mi pare plausibile: benché nel mondo ci siano davvero moltissimi musicisti, è chiaro che “tutti” è una base di utenza assai più larga. C’è un altro dato curioso: in Europa ci sono molti più artisti che negli USA, dove vince la vocazione social di Myspace, e le band sono solo circa il 3% degli utenti (contro il 35% europeo). Utenti che sono proprio tanti: 120 milioni al giorno (2.5 visitatori unici solo in Italia), che trascorrono sul sito una media di 158,2 minuti ognuno, caricando 20 milioni di foto e 105.000 video – sempre al giorno. Naturalmente il porno è rigorosamente fuori da Myspace, e ci sono stati moltissimi casi di account chiusi (o immagini rimosse) per questa ragione. Il sesso invece sembra essere assai presente, e la domanda a Anderson sorge spontanea: la vita sessuale di un sacco di gente (incluse diverse rockstar nostrane, che ovviamente preferiscono rimanere anonime anche loro) si è molto arricchita grazie a Myspace; è successo anche a te? “Sicuramente,” ridacchia Tom, “è nella natura dei social network quella di moltiplicare le occasioni di incontro anche fisico. In questo senso il profilo Myspace è certamente un ottimo sistema che hanno i single per presentarsi.” Verrebbe da suggerirgli un servizio di dating online. Però, a pensarci bene, Myspace lo è già, e grazie alle ultime feature aggiunte (come l’instant messenger con VOIP) pare sia davvero efficacissimo.

Ma non sono solo singoli o band ad avere uno spazio. E’ sempre più frequente vedere stampato un indirizzo Myspace in programmi di festival, menù di paninoteche e perfino istituzioni culturali paludate, benché il contratto di servizio proibisca espressamente la presenza di aziende. Esistono spazi assurdi, come quello ufficiale della Universal Music (che però ha un accordo con Myspace per esserci) di una tristezza infinita, col logo corporate in cima, la sua pubblicità sotto quella altrui e solo 3991 amici, perlopiù artisti Universal. O spazi assai improbabili, come quello del mio omonimo Sergio Messina, violinista classico siciliano, con un profilo (in ambedue i sensi) davvero stupefacente: musica tristissima con slide show a tutto schermo, che ne evidenzia appieno la scarsa fotogenia. Ma la maggior parte degli spazi ha molto senso, e i meccanismi di interazione funzionano a meraviglia – specie con la musica. I commenti, che all’inizio erano perlopiù “Grazie per l’add e complimenti”, si sono trasformati in bacheche elettroniche dove far circolare informazioni – dalle date dei concerti alle feste, fino allo spam e al rimorchio telematico. E la grafica, all’inizio personalizzabile solo attraverso complesse procedure nerdomantiche, o utilizzando siti dedicati, oggi si può “pimpare” (che è il termine tecnico utilizzato dai più, e deriva dal programma di Mtv Pimp my ride) a piacimento con relativa facilità.

Ma Myspace come guadagna? Ufficialmente la principale fonte di reddito sono le impression pubblicitarie viste dagli utenti, circa 10 miliardi al giorno. Ma non banner e animazioni mostrate casualmente a visitatori e utenti; dice infatti Wikipedia: “Attraverso il sito e le reti pubblicitarie affiliate, Myspace è secondo solo a Yahoo! nella capacità di raccogliere dati sugli utenti e quindi nella capacità di usare targeting comportamentale per selezionare le pubblicità che saranno mostrate ai singoli utenti.” Ma è chiaro che, con un nome così caldo, le operazioni di co-marketing siano tante, e non tutte dichiarate. Nel futuro di Myspace, oltre ai banner, c’è certamente la musica, innanzitutto attraverso la sua etichetta Myspace Music. L’operazione Pennywise (il cui nono album Reason to believe del 2008 è stato distribuito gratuitamente online, sostenuto dalla pubblicità, e stampato e distribuito negli USA dalla stessa etichetta) è certamente un’indicazione di direzione. D’altronde se Myspace, come pare, vuole crescere davvero nella distribuzione digitale di musica, indipendente ma anche no, prima o poi dovrà vedersela con quello che secondo me sarà il suo prossimo e più temibile competitor: l’iTunes music store di Apple, che oggi ha praticamente il monopolio sulle vendite digitali. In bocca al lupo, Tom (il gioco di parole è voluto).

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