Meglio di te (e di me)

All’inizio Internet era molto diversa da quella odierna, in molti modi. Tra questi ce n’è uno che descrive benissimo la direzione nella quale si è evoluta. Prima, benché la creazione di siti personali fosse incoraggiata, il movimento dei dati era sostanzialmente monodirezionale: da Internet si prendeva (contenuti, immagini, informazioni, ecc.) molto più di quanto si metteva e, per la stragrande maggioranza della gente, la rete era esclusivamente uno strumento di consultazione. Ancora oggi per molti è così, ma con una grande differenza. Grazie ai Blog prima, e al boom dei Social network poi, caricare dei dati è diventato molto più diffuso: commentiamo, postiamo, interagiamo con ardore.

Naturalmente la tecnologia è neutrale: se io posto l’Eneide su Twitter, questa vale quanto i post di Mariana78 che commenta Uomini e Donne in tempo reale. Anzi, è possibile che i suoi doppi sensi scollacciati siano più popolari, e il suo volume di traffico molto maggiore (giustamente: Enea su Twitter è un’idea orrenda). La statistica è inesorabile: mediamente la foto del gatto morto fa molte più interazioni (commenti, reazioni, repost) di un’arguta riflessione. Ognuno di noi ha una propria gamma di contenuti ai quali reagisce (una questione prevalentemente emotiva), e le comunità online spesso si coagulano proprio intorno a una sensibilità simile, da 4chan a Xhamster. Il “valore social”, cioè quella cosa che divide chi prende 2 mi piace da chi ne prende 2 milioni, si basa proprio su questo: pubblicare contenuti che sappiano aggregare il consenso emotivo di una grande quantità di persone. La verità è che ognuno di noi, nel suo piccolo, mantiene con cura il proprio orticello: dopotutto è bello avere molti like, no? Quindi siamo passati da una Internet perlopiù verticale, con un “alto” che inseriva informazioni e un “basso” che ne fruiva, a una rete apparentemente orizzontale, dove tutti prendiamo e mettiamo, e poi ci fruiamo a vicenda. Un luogo digitale nel quale siamo autori, registi, fotografi della nostra vita, rappresentata (questa è la parola chiave) allo scopo di essere attraente per la nostra comunità, in maniera innanzitutto emotiva e poi razionale: più lo sarà, più aumenterà il nostro valore social. Questo apre anche degli scenari inquietanti (Black Mirror, ovviamente), ma qui voglio dire una cosa diversa.

Scorrendo il mio Facebook pieno di semisconosciuti, lettori, colleghi, ex studenti, e i loro amici, vedo di tutto: cani affamati, necrologi non richiesti, foto di feste tristi, umorismo malriuscito, aforismi letali, banalità. Diciamocelo: la stragrande maggioranza dei “contenuti” è pessima. O a qualcuno davvero interesserebbe quale animale mi rappresenta meglio? Foto brutte, di gente che si diverte male (ma sorride sempre), giffette di torte in faccia, analisi insensate su Sanremo, recensioni tristi (perfino col voto, cacchio), autocompiacimento svergognato. E poi indignazione a catinelle, su qualsiasi banalità. In mezzo a tutto questo ovviamente ci trovo anche link interessanti, riflessioni sensate, umorismo assassino, foto fantastiche, informazioni preziose, amici cari: tutti ingredienti per me emotivamente attraenti. Ma il 99% è brutto.

Mi chiedo: quando è successo che la foto della tua famiglia alle prese col barbecue è diventato un “contenuto” universale, e che tuo figlio neonato che piange addirittura un “post caldo” (molte interazioni positive)? Come si è concluso che una recensione mediocre e lunghissima sul blog di @mignattamalsana è uguale a quella di una rivista (dalla quale oggi si può dissentire in tempo reale), o che quell’ovvietà sulla pace, che se la dici al bar ti sputano in faccia, invece fa fico? Quand’è stato che qualcuno ha stabilito che tutto è uguale a tutto? Com’è morta l’attrazione per l’autorevolezza? Mi sembrano domande utili, anche per capire che ci sta succedendo: analfabeti contro la scienza, terrapiattisti in tv, ignoranza esibita, incompetenti al comando. Tanto è uguale (e su Twitter rendono meglio).

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