Intervista ai Subsonica

(Testata: Rumore)

1: Antefatto

Una delle ragioni per cui non scrivo mai di musica è che non sta bene parlare dei colleghi, soprattutto italiani e specialmente se amici; ho trasgredito a questa regola in una paio di occasioni e basta, sempre spinto dalla curiosità su un progetto, una direzione, un percorso. Quindi, quando dal giornale è arrivata la proposta di intervistare i Subsonica, la mia prima risposta è stata no; poi ci ho riflettuto, e ho pensato che poteva essere l’occasione per capire alcune cose. A luglio infatti hanno firmato un complesso ed impegnativo contratto (discografico, ma non solo), uscendo forse per sempre dal mondo indipendente italiano: un passaggio certamente meditato che mi pare interessante approfondire. Non scrivendo di musica non frequento le Major, e non ne conosco il folclore se non dall’esterno; quindi nel pacchetto c’era anche anche una breve ma intensa gita nel meraviglioso mondo della Musica Maggiore.

2: Adventures in Majorland

Il cartonato di Minghi all’ingresso non lascia spazio a dubbi: qui si vende la Musica (ho cercato di rubarlo ma era troppo grande); questa idea è ribadita da altri sagomoni cartoneschi, dai quali sono sempre affascinato: Moby, Planet Funk, Vasco, i Blue (nessuno mi stava sotto la giacca), e l’immancabile collezione di dischi d’oro. Scorgo un calcio balilla in un ufficio (ripeto, un calcio balilla in un ufficio) mentre vengo traghettato in una stanza per sottopormi ad un rituale di cui avevo letto, ma che non avevo mai sperimentato sulla mia pelle: l’ascolto coatto. Terrorizzate dal file sharing, le Major hanno pensato bene di non mandare più nulla di inedito ai giornalisti, bensì di invitarli nei loro uffici a sentire l’album: tutto intero, di fila, coi bassi a palla, il riscaldamento regolato su sauna, in un magazzino no smoking con dentro un vecchio cartonato di Lenny Kravitz e cartoni di resi del CD di Tonino Carotone, appropriatamente intitolato “Senza Ritorno”: un inferno. In compenso Terrestre osa, suona e convince (almeno me, ma esistono strumenti migliori delle mie impressioni per valutarlo), altrimenti il bilancio sarebbe stato disastroso. Mi dico: ecco un’altra buona ragione per non scrivere di musica.

3: Subsonici inna Babylon

L’intervista invece avviene in un designer hotel al centro di Milano, decisamente più da Minghi che da Subsonica. E’ il primo e anche l’ultimo segno del passaggio dall’indipendente Mescal alla Emi. Naturalmente la questione è ricca di sfumature, e io sono qui per scoprirne alcune. Nella stanza (un garage con finiture extralusso) ci sono tutti, e parleranno tutti incluso Alle, il manager del gruppo (un’altra novità) che ha condotto le trattative contrattuali. Uno dei segni dei Subsonica è la comunicazione su piani diversi: per esempio, alla domanda sulle droghe (peraltro non insistita) sono stati evasivi, anche se poi nel sito subsonica.it la cosa è raccontata in modo assai onesto. Ci sono anche state alcune altre piccole reticenze e pudori, e un momento di intenso imbarazzo, ma la domanda era davvero molto diretta, forse troppo.

4: Stanza 111

(Per le risposte fate riferimento alle iniziali dei componenti: Samuel, Max, Boosta, Ninja, Vicio e Alle)

Rumore: Beh, l’unica cosa un po’ da Major che ho notato finora mi pare il sito; il vostro è stato tra i primi siti di musicisti italiani con un vero senso di community e di contatto col gruppo. Stamattina (25/3) era aggiornato al 19 febbraio; e poi è un sito imbuto, senza link esterni – proprio come quelli delle Major…

N (Ninja è programmatore e cura il sito web): Stiamo lavorando ad una completa ristrutturazione che andrà online all’uscita del disco; ma in effetti nei mesi scorsi siamo stati così oberati di lavoro che il sito è rimasto indietro. Abbiamo aggiornato la storia del disco, abbiamo cercato di mantenere aperto il canale di comunicazione coi visitatori. Ma tra un mese tutto sarà ristrutturato, e avremo anche un minisito dedicato all’album. E comunque i link ci sono, solo un po’ nascosti; ma anche quella zona sarà ripensata.

M: In realtà è Subsonica che è in ristrutturazione. Aldilà del lato discografico che abbiamo affidato ad altri, cosa di cui avevamo proprio bisogno, tutti gli aspetti del lavoro del gruppo sono diventati materia di completa autogestione, e stiamo quindi ridefinendo i ruoli; c’è stato un restart generale che ha richiesto le poche energie rimaste dopo il disco. Poi c’è il tour, uno show molto più complesso dei precedenti, che però manterrà le stesse condizioni di prezzo del biglietto; la produzione è curata interamente da noi e l’agenzia si limita a vendere le date. Per mettere a punto tutto questo ci devi lavorare molto.

R: Fate tutto da soli o esistono altri Subsonica invisibili?

M: Nella ristrutturazione totale cambia anche Casasonica, che è sempre stato il nostro studio ma anche la base operativa; diventa il quartier generale, il nostro posto di lavoro, il nostro management e la nostra etichetta discografica. Tra le persone che la compongono, oltre a noi c’è anche Alle, che è a tutti gli effetti diventato anche il nostro manager. Tutti i progetti musicali dei singoli componenti confluiranno dentro Casasonica e abbiamo già prodotto due gruppi, Skitikis e Cinemavolta (appena usciti, ndr). In Terrestre poi, per la prima volta, c’è una figura esterna che ha partecipato molto intensamente alla realizzazione; è Ale Bavo, che figura come assistente alla produzione; lui è stato l’orecchio esterno, utilissimo quando il produttore è uno del gruppo (Max stesso, ndr). E poi Condimix, il fonico, che è andato ben oltre che fare i livelli, e Rockin’ Rudi che ha registrato le chitarre.

R: Siete stati in pausa per due anni: innanzitutto complimenti, è stata la vacanza meglio pubblicizzata della musica italiana. Ricordo articoli con grandi foto dedicati a questo evento. Com’è andata? Droga o Playstation?

S: Tutte e due!

B: In realtà, dato che per sette anni abbiamo corso come pazzi, avremmo dovuto proprio stare in pausa. Invece ognuno ha fatto cose diverse. Io ho prodotto un disco coi Gazebo, Max ne ha fatto uno dei Modena City Ramblers, e poi Motel Connection, le collaborazioni, i dj set…

R: Quindi niente noia, viaggi in oriente, spleen, siringhe… Che star di merda.

S: (Ridendo) Sarà il posto da dove veniamo.

B: Ci pigliamo bene a fare le cose.

S: In realtà abbiamo fatto quello che facciamo di solito ma con altre persone, e questo ci ha anche restituito la voglia di stare insieme. E poi c’è stata una specie di overdose da computer, da programmazione; ci siamo trovati in sala prove, cosa che invece di solito succedeva a disco finito, con la voglia di suonare: questa voglia è alla base di Terrestre.

R: Parliamo del vostro nuovo contratto. Molti contratti di musicisti, sportivi e star dello spettacolo sono pubblici. Ho chiesto una copia del vostro ed è stato preso come uno scherzo. Si possono avere dei dettagli?

M: Devi parlarne con Alle; in questo caso abbiamo delegato moltissimo a lui, che è diventato uno della famiglia di cui ci fidiamo a 100%.

R: Beh, intanto quanti album prevede?

S: Due, con un’opzione per altri due.

R: Come si sceglie una Major? Da fuori sembrano tutte uguali.

M: Nel corso degli ultimi anni abbiamo ricevuto diverse proposte; solitamente le rispedivamo al mittente senza neanche analizzarle, ma mentre il rapporto con Mescal si stava deteriorando, casualmente fummo cercati dalla Emi. Abbiamo quindi deciso di farci fare una proposta articolata e metterla a confronto con quello che ci diceva Valerio (Soave, boss della Mescal, ndr): noi non abbiamo le competenze necessarie per capire a fondo tutti i dettagli. Nel frattempo la situazione fra noi e Soave è precipitata, e a quel punto la proposta della Emi ha preso una valenza diversa, e quando è scaduto il contratto con Mescal non l’abbiamo rinnovato. Abbiamo confrontato le varie proposte, anche grazie ad Alle che ha fatto il giro delle Sette Chiese (le quattro Major, ndr), e a quel punto non ci siamo fatti neanche troppi scrupoli nel cercare di ottenere le maggiori risorse possibili, incluso un impegno scritto sulla promozione estera e la gestione completa delle risorse, e cioè dei vari budget. Così ora, per la prima volta, ci troviamo a poter fare delle scelte in reale autonomia.

S: Per assurdo…

V: E se abbiamo un budget maggiore possiamo registrare in studi migliori, permetterci tecniche più sofisticate e costose. Un altro dettaglio importante del contratto è che loro sono tenuti a pubblicare qualsiasi cosa gli diamo, e non hanno alcuna discrezionalità sui contenuti artistici.

R: Questo mi sorprende meno che se ci fosse scritto che non possono utilizzare la vostra musica in sincronizzazioni o spot.

A: Noi abbiamo lasciato ampio margine di manovra alla Emi, fermo restando che per qualsiasi uso serve il consenso scritto del gruppo; questo è nel contratto. Anche la scelta dei singoli è, per contratto, delegata a noi. Come pure i Festivalbar, la Tv, ecc.

R: Qual è il valore economico del contratto dei Subsonica?

M (verso Alle): A questa se vogliamo rispondere rispondiamo, altrimenti no.

R: Come a tutte le mie domande, direi. Semplicemente mi pare una notizia interessante, che vorrei leggere da qualche parte.

A: Sinceramente credo che a chi legge di musica non interessi questo tipo di discorso. Potrei dirtelo anche al centesimo perché lo so benissimo, ma non mi sembra utile.

(Evito di fargli notare che immaginare cosa interessi i lettori è il mio mestiere e non il suo, ma l’imbarazzo è comunque palpabile)

R: Non mi sembra una domanda così cattiva, i termini dei contratti sono pubblici quasi ovunque. Solo in Italia c’è questo pudore.

B: E’ facilmente fraintendibile da chi è in malafede. Poi esce che i Subsonica hanno preso tot, e invece la cosa è più complicata…

M: Una volta capito qual era il margine di contrattazione non ci siamo fatti scrupoli a ottenere il più possibile. Però c’è da dire che le questioni legate alle cifre non sempre sono immediatamente comprensibili; la gente non sa quanto può costare un clip, o dei giorni di missaggio a Londra.

A: Bisogna anche considerare che i Subsonica controllano l’intero budget, e che nella cifra sono comprese tutte le spese di produzione e parte della promozione dei vari prodotti. L’intera struttura sta in piedi grazie a questo, e ai concerti.

R: Com’è che la scena musicale torinese è così florida anche rispetto anche a città potenzialmente più ricche?

M: Succede che questa grande struttura che catalizza l’attenzione della città (la Fiat, ndr) inizia a implodere; tutti guardano in alto, ma sotto succede qualcosa di spontaneo che viene lasciato crescere indisturbato. Questo è successo nei primi anni ’90; sembrava che Torino dovesse andare alla deriva, anche dopo i licenziamenti e la cassa integrazione, e invece la città si risvegliava. Questo fenomeno in futuro andrà studiato; la cosa ancora più significativa è che malgrado l’aggravarsi della situazione la gente non ha perso la voglia di sfruttare questo spazio di conquista che è l’aggregazione del tempo, anche il tempo extra-orario, fuori margine. Certo Torino non sfugge all’appiattimento generale, ma alcuni spazi conquistati di recente resistono. E mentre altrove chiudono locali di musica anche storici, da noi se ne aprono di nuovi.

B: E anche la politica dei locali di tenere i prezzi bassi ha aiutato molto: tutti possono permettersi di uscire la sera.

V: Un altro elemento è che la scena musicale è molto unita; prendi Noi, i Linea 77 e gli Eiffel 65. Facciamo generi diversissimi, ma c’è molta stima reciproca, e in certi casi amicizia. Questo tipo di rapporto è raro in altre città.

M: Nasce dalla scena degli anni ’80, il periodo Tosse, ecc., che faceva fronte alla totale mancanza di strutture con la condivisione di risorse, di know-how. Esisteva a priori una forma di istintivo rispetto, a prescindere dalla musica, molto diverso dalla diffidenza che c’era prima. Questo è rimasto, e fa’ una differenza. A Torino si creano spesso occasioni in cui suoniamo sullo stesso palco, pur facendo cose diverse, e la situazione è sempre piacevole.

V: A settembre c’è stato un concerto per ricordare un amico scomparso; alla Lega dei Furiosi, che è un posto minuscolo, suonavamo nella stessa sera noi, gli Africa Unite, Max Gazzè, i Linea 77, diversi gruppi hardcore torinesi… non è detto che succeda solo a Torino, ma lì accade regolarmente.

5: Coda

Esco e fuori trovo una coda di giornalisti: un nuovo album in studio, a tre anni da Amorematico, sta giustamente creando dell’hype. L’impressione che m’è rimasta è del desiderio di un salto, di una capriola in avanti, in alto. Stavolta però, invece di affidarsi bendati e felici ad una Major (stile anticipo in tasca e giacca di pelle nuova) come succede di solito, pare che i Subsonica (da bravi adulti vaccinati) abbiano ottenuto una notevole fetta di controllo (e di responsabilità), merce molto migliore di qualsiasi garanzia anche scritta. Quindi il futuro (anche sull’estero, un tassello importantissimo) sembra dipendere in larga parte da Casasonica, e non come in passato da entità ameboidi non controllabili come le Major. Staremo a vedere: l’esperimento è notevole e rischioso, ma non avventato. E, tra i candidati sulla piazza, i Subsonica sembrano davvero quelli con le maggiori possibilità: ad majora.

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