Eelst, inc.

(Testata: Rolling Stone)

Band di culto per circa vent’anni, Elio e le Storie Tese cambiano tutto, diventano capitani d’industria e rilanciano con 40 CD dal vivo, due libri, una linea d’abbigliamento e un’offerta internet davvero sorprendente.

Solo voi potevate. Questa frase li accompagna fin dall’inizio, ed è stata utilizzata in infinite occasioni, dalla canzone di 12 ore ai duetti con Fogli, James Taylor o Morandi, passando per la cover del Barbiere di Siviglia o certi testi rischiosi come “Omosessualità” (apprezzatissimo dalla comunità gay); e potrei continuare: come dimenticare l’uscita Sanremese? Tanto s’è ripetuta questa frase che ad Elio e le Storie Tese comincia perfino a dare un po’ fastidio. Fattostà che non solo è vera al 100%, ma si conferma in pieno con il recente riassetto della band: una capriola che li piazza ancora di più in un mondo a parte nell’ambiente musicale italiano, e non solo.

Di solito un artista ha un contratto con una discografica che produce i suoi CD e da cui prende una percentuale sulle vendite, variabile a seconda della sua commerciabilità. L’ altra sua fonte di guadagno sono i concerti, che vengono prodotti e venduti da un’agenzia (che gli dà un fisso). Questa configurazione, con alcune variabili, è la norma. Praticamente qualsiasi artista vi venga in mente, da Bocelli a Justin Timberlake, lavora così. La recente crisi del mercato musicale (che ha cause ben più profonde e serie di Napster) ha però svelato definitivamente la sostanziale inutilità delle major (alcune delle quali pare stiano addirittura chiudendo i propri uffici artistici), inadatte per artisti emergenti o di nicchia e sempre più superflue nel caso dei grandi fenomeni pop. Con l’avvento della rete poi s’è capito che gli artisti possono gestire in proprio il rapporto coi loro fans/clienti, aumentando gli introiti e comunicando direttamente – invece che con l’intermediazione di qualche addetto al marketing che preferirebbe lavorare su Avril Lavigne.

Eelst hanno semplicemente colto per primi questo cambiamento, e si sono organizzati. Oggi non hanno più contratti se non con se stessi e cioè con Hukapan, la società che gestisce i diritti e le produzioni (anche live) della band. Si sono attribuiti uno stipendio comprensivo di molte delle loro attività e fanno tutto in proprio – con un notevole incremento dei ricavi, e anche ovviamente dei rischi. Le prime due sortite di Hukapan sono il sito e il CD Brulé.

Su elioelestorietese.it ci si può abbonare (10 € trimestrale o 30 annuale) e scaricare praticamente tutto il loro repertorio audio/video in Mp3/Quicktime. Inoltre c’è uno sconto del 20% sui concerti, sull’acquisto dei CD e del merchandising (tra le perle le T-shirt “A.N.O.” e “Governo Bastardo”) e alcuni altri benefit, tra cui vari contatti diretti col gruppo. Sembra facile, ma ad oggi sono gli unici artisti al mondo (con in totale quasi un milione di copie all’attivo) ad aver fatto questo tipo di mossa. Il CD Brulé invece esisteva già (il nome è loro), e d’altronde l’idea è semplice: stampare su CD la prima metà di un concerto durante la seconda, vendendo per tempo a chi esce il souvenir perfetto e cioè il concerto medesimo. Ma solo loro (già) potevano sistematizzare l’operazione (chi distinguerebbe mai certi live fotocopia?): il Compact s’intitola “Ho fatto due etti e mezzo, lascio?”, siamo al volume 2 (cioè due scalette diverse) e di ognuna ne esistono una ventina di versioni; ne hanno venduti oltre 7.000 in quattro mesi, a 12 euro ognuno. Ovviamente ogni concerto è disponibile per gli abbonati in downloading e streaming. La transizione verso la rete sarà però graduale, e il prossimo album (un best dei CD Brulé previsto per l’autunno) verrà regolarmente distribuito anche nei negozi.

Insomma artisti non più dipendenti, benché di lusso, ma imprenditori (quasi industriali) della loro creatività, senza vincoli e senza Mamma major. E ad occhio sono solo i primi di una lunga schiera; questo modello infatti ha molti vantaggi, soprattutto per artisti già affermati. Non ultimo quello di costituire un valido modello di rocker quarantenni che crescono e si organizzano meglio, invece di certi capelloni calvi condannati ad una irresponsabile gioventù eterna che tanto, si sa, sono artisti e non capiscono un cazzo.

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