Premi

Ho sempre avuto una certa diffidenza verso i premi; infatti – a parte il Nobel e qualche altro – sembrano riconoscimenti che una data categoria si autoconsegna per darsi importanza: i fornai premiano se stessi, e lo stesso fanno i pubblicitari e i bar. Serve a qualcosa vincere un premio? A parte il Nobel, che consiste in un utilissimo miliardo di lire (circa), direi di no. Il mio fornaio espone con orgoglio la targa di “Panificatore Lombardo 1989 (categoria grissini)”, ma in realtà non mi pare che lo si scelga per questo. Da qualche anno abbiamo il Premio Italiano della Musica. Non so se ce ne fosse bisogno: di solito certifica i successi della passata stagione, e scommette sempre su nuove leve di sicura presa. Giustamente: è un evento mainstream, realizzato da grandi mass media e trasmesso dalla tv in prima serata. Non mi aspetto certo un premio alla carriera a Maurizio Bianchi.

Da adesso abbiamo anche un “Premio Italiano Videoclip”. Non so dire se questo premio potrà contribuire a sbloccare la situazione paradossale del videoclip in Italia, incastrato tra un bel po’ di talento inesploso (di chi fa i clip) e la politica bastarda dei network musicali, che non trasmettono quelli più innovativi (o li mandano in speciali riserve, oggetto di antropologia da salotto) di fatto operando una censura alla fonte: nessuna casa discografica spende più in clip che poi la tv non trasmetterà. E così vai di tette, piscine, belle macchine, etc.

In questa brutta situazione nasce il Piv, ospitato dal Meeting delle Etichette Indipendenti e animato da persone che invece sembrano più attente alle diversità. Infatti ci dicono:

“Il Premio è diviso in due categorie: una dedicata alla produzione di video noti al grande mercato, l’altra alla produzione indipendente e a basso budget. In attesa dell’assegnazione del Premio al Migliore Video dell’anno 2001, sono stati già definiti i riconoscimenti speciali assegnati dal Premio, i quali si propongono di andare anche a riscoprire episodi e fenomeni importanti della storia del videoclip italiano”.

Due buone notizie: doppia categoria, e quindi un premio ad un indipendente (forse innovativo) e i riconoscimenti storici: operazione retroattiva utile e meritoria, almeno fino alla riga successiva del comunicato:
“Il premio per la sperimentazione nei videoclip 80 – 90 viene assegnato a Lucio Dalla per il contributo che l’artista ha dato all’innovazione dell’arte del videoclip attraverso la sperimentazione nei seguenti video musicali: “Viaggi Organizzati” (1984), “Caruso” (1988), “Denis” (1990) e “Henna” (1993).”

Dalla è un “innovatore dell’arte del videoclip”? Io c’ero negli anni ’80/90 e ci guardavo attentamente, ma di questi video me ne ricordo vagamente uno (e così le canzoni: “Caruso” – che però conoscevo già coi titoli “Dicitancielle vuie” e “Te voglio bene assaie”). Di tutti gli esperimenti, visioni, roba allucinata e tutta italiana (di videoteatro musicale, per esempio) che ha davvero contribuito all’innovazione dell’arte del videoclip negli anni ’80/’90 che ti vanno a pescare? “Denis” di Lucio Dalla. E dire che non è la memoria a difettargli:

“Il premio per il migliore rockumentary anni ’90 viene assegnato a Edoardo Bennato per il contributo dato all’innovazione dell’arte delle immagini musicali attraverso la realizzazione del rockumentary “Joe e suo nonno” a firma Joe Sarnataro.”

Pure io c’ho buona memoria, e me lo ricordo bene “Joe e suo nonno” (a firma Joe Sarnataro): agghiacciante. Lo guardavo mentre mangiavo – proprio per vedere fin dove potesse arrivare (a spese della Rai) l’imbarazzante performance di Bennato, all’epoca già sgonfio da anni . E oggi, mentre Edoardo – smessi i panni di innovatore – si dedica all’arte degli spot, scopro invece di essere stato testimone di un’opera cardine nella “innovazione dell’arte delle immagini musicali” degna di un premio.

Non so proprio immaginare perché, nella storia universale del videoclip italiano, il Piv abbia scelto questi qui (assieme ai più sensati Raf e Verdena). Non saprei nemmeno dire quali effetti possa avere questa attribuzione: mi pare tutto un po’ surreale. Ma coi premi a volte capita: perdono di senso ancora prima della prima edizione.