Crescere

Stavolta non mi faccio nemici, non me la piglio con nessuno, non danneggio ulteriormente il mio già instabile karma. Invece voglio parlare di una falsa convinzione che mi pare stia facendo dei danni ad un sacco di gente – inclusi alcuni di voi: l’idea che ad un certo punto della vita ci sia un momento preciso in cui si cresce e si diventa grandi, e che fino ad allora valga tutto.

Questa convinzione è supportata da una tipica fissazione degli adulti: che essere giovani sia bello. “Ah, se avessi ancora vent’anni”; “sei fortunato, ancora puoi goderti la vita e non hai delle responsabilità”: pensieri perfettamente sintetizzati dall’espressione “beato te che non capisci niente”. Diciamolo subito chiaramente: essere giovani è certamente bellissimo ma anche molto difficile, frustrante e a volte assai triste. Si tratta della fase più ardua del cammino di una persona sveglia e vigile: il momento in cui bisogna muoversi per forza, ma anche quello in cui la confusione è massima; quando si imparano cose che poi segneranno il corso di tutta la vita ma in cui il futuro è meno chiaro; la fase in cui ai primi significativi assaggi di libertà si alternano gli incubi bui e disperanti (ma non meno significativi e utili) dell’indeterminatezza: insomma è un casino, anche senza le responsabilità.

Gli adulti, dal canto loro, si accaniscono coi più giovani come se loro non lo fossero mai stati. Il giovane in quanto tale è poco credibile, un po’ cazzone e generalmente non gli si attribuisce alcuna responsabilità vera (nemmeno legale). Si tende a minimizzare le sue critiche e a sorridere delle sue proposte (“si sa come sono i giovani”). Se si ascolta un ragazzo lo si fa per “capire il suo disagio”, “consentirgli di esprimersi”, e trarre delle regole generiche sui “giovani d’oggi”, “una generazione di cui non sappiamo niente” e che “se non la comprendiamo subito poi diventano tutti Erika e Omar”. In questo contesto un dialogo schietto e senza preconcetti mi pare impossibile – o quasi (su questo mi piacerebbe sentire voi: io sono solo un nonno con buona memoria).

I ragazzi dal canto loro perdono tempo: fino a tardissimo pensano di voler fare l’astronauta, il missionario o il pompiere e nel frattempo cazzeggiano. Poi ad un certo punto succede una cosa difficile da spiegare: si potrebbe dire che si cresce, ma forse sarebbe meglio dire che ci si autodichiara cresciuti. I fattori scatenanti possono essere molti: il naturale desiderio di figli per una coppia (un fatto che certamente ti cambia la vita), la voglia di avere più soldi, il bisogno di aquisire credibilità per realizzare qualcosa (magari di importante) o perfino la pigrizia che ti spinge ad adattarti al codice comune. Fattostà che ad un certo punto la stragrande maggioranza dei giovani cresce, non soltanto giustamente crescendo (“allargarsi, svilupparsi, migliorare”) ma purtroppo anche decrescendo (“calare, impicciolirsi, restringersi”) e cioè perdendo, insieme alla cazzoneria dei vent’anni, anche tutto l’entusiasmo, la voglia di cambiamento e di diversità (sociale ma anche personale) e l’idea che il mondo possa diventare come tu lo immagini. Si crea uno stacco netto (“ah, quand’ero giovane”) e ci si adegua, si va col flusso, barattando l’idea di un mondo migliore con quella di un’auto migliore.

Si diceva che crescere è già un casino di per sè; e lo è sicuramente di più se non si vogliono perdere anni fondamentali di vita ed esperienze dicendosi che “in fondo sono solo un ragazzo”. Se si cerca di essere diversi: adulti da sempre (d’altronde poche cose nella vita sono serie come il gioco, spesso neanche il lavoro) ma anche, in testa, guaglioni per sempre, capaci di sorprendersi e di questionare, senza perdere mai quella voglia di cambiamento che già mi pareva sacrosanta da ragazzo ma che mi sembra davvero essenziale oggi, un’epoca in cui l’idiozia domina davvero incontrastata la scena del mondo.