Una bella dose di buon senso

Uno degli effetti terribili del pessimo stato del dibattito politico in Italia è la scomparsa delle opinioni: il massimalismo imperante schiaccia le proposte su luoghi comuni davvero indegni di un paese evoluto. Tant’è che quando poi qualcuno azzarda idee anche solo leggermente diverse viene immediatamente bollato come delirante. (E’ il caso della proposta Vendola sulle adozioni ai gay. Non solo concordo – avendo incontrato nella mia vita dei genitori etero assolutamente pessimi – ma andrei oltre, proponendo le adozioni ai single, gay o meno. La discriminante è se si è persone responsabili, non con quanti si convive.) Perfino nell’insopportabile Prima Repubblica il dibattito era più vivace, e le idee più variegate. Un ottimo esempio è quello della politica sulle droghe. Leggo questa mattina di un recente studio inglese sugli effetti del proibizionismo, le cui conclusioni sono inequivocabili: è ora di depenalizzare l’uso di alcune sostanze, e di proporre soluzioni alternative alla criminalizzazione dei consumatori. La commissione di studiosi è composta da persone al di sopra di ogni sospetto, tra cui l’ex direttore del British Medical Research Council e l’ex capo della polizia.

L’anti-proibizionismo è un tema molto antico. Negli anni ’70 era appannaggio del Partito Radicale, che ne fece uno dei suoi cavalli di battaglia, raccogliendo molti consensi non solo tra i giovani, e anche tra politici non radicali. Sfortunatamente però si trattava di una battaglia ideologica, basata su principi generici come il libero arbitrio: sacrosantissimi, per carità, ma ai quali era facile contrapporre idee altrettanto generiche, assolute e insensate – come dire che “la droga è il male”. Detto questo, la qualità del dibattito era certamente più alta: si distingueva tra droghe leggere e pesanti, si tentava la strada della consapevolezza, analizzando le ragioni per le quali certe sostanze piacciono a così tanta gente (in Italia oggi sarebbero circa nove milioni di persone), si proponevano strategie realistiche come la “Riduzione del danno” (esempio: in Olanda fuori dai rave party si trovano dei laboratori mobili, gratuiti e anonimi, che analizzano al volo una pasticca e ti dicono se è davvero pericolosa). Insomma se ne parlava, col solito moralismo – ma anche senza.

Oggi la realtà dei consumi è profondamente mutata, e non in meglio; tanto per dirne solo una, si sono moltiplicate le sostanze potenzialmente letali o invalidanti a vita. Non solo, ma è cambiata l’economia delle droghe, che generano immensi profitti alla criminalità. In questa situazione sarebbe urgentissimo poter discutere e confrontarsi, avere dei dati chiari e prendere delle decisioni informate su un argomento tanto sensibile. Invece purtroppo in Italia il mondo gira alla rovescia. La politica ha completamente dimenticato la questione, lasciandola nelle mani di pericolosi estremisti come Giovanardi. Nessun partito si azzarda a suggerire strategie nuove, nel disperato tentativo di non apparire come “a favore della droga”: non il PD, e nemmeno quelli che si dichiarano alla sua sinistra – nessuno osa. I media, da parte loro, alimentano colpevolmente la confusione. Tutti, dal Tg3 al Tg4, parlano di sequestri di “droga” o peggio ancora di “dosi”, di consumo di “stupefacenti” e altre espressioni prive di significato: o vogliamo dire che un etto di Marijuana (sufficiente per dieci festicciole tra amici) e uno di Eroina (in grado, se pura, di assassinarne mille) sono equivalenti in quanto “droga”?

Chi ci rimette è chi vorrebbe capire meglio un fenomeno, quello dell’alterazione volontaria, che accompagna l’umanità quasi dall’inizio – quindi tutti quanti (inclusi i genitori, molti dei quali, non sapendone nulla, sono atterriti). Chi ci guadagna sono ovviamente le mafie che godono di un mercato gigante, esentasse e praticamente privo di controllo. La domanda è ovvia: la Guerra alla Droga (unica, generica strategia proposta in Italia), a chi si sta dichiarando in realtà?