Pensare senza limiti

Uno degli argomenti interessanti del libro di Walter Isaacson su Steve Jobs è la capacità di immaginare che aveva quest’uomo. Oggetti, funzionalità e tecnologie, ma anche stili di vita, scenari e soluzioni. Il ritratto generale che emerge dal libro non è edificante: Jobs doveva essere una persona davvero difficile con cui avere a che fare. Però la sua visione era stupefacente e gli utenti della Apple, antichi come me o più recenti, la conoscono. Sulle ragioni di questa dote si possono fare delle ipotesi, a partire dalla più ovvia: Jobs aveva una mente speciale. Ci sono però molte altre cause, tutte interessanti e qualcuna illuminante.

Fondamentale è l’ambiente nel quale operava, specie all’inizio: l’area di San Francisco negli anni ’70/80 era un mix irripetibile di ricerca avanzata, innovazione tecnologica e psichedelia colta; certamente Jobs, per sua stessa ammissione, si è nutrito di questi stimoli che lo hanno formato e hanno scolpito per sempre il suo modo di pensare fuori dagli schemi. Anche la sua formazione culturale è importante: benché Jobs all’inizio abbia perfino lavorato alla HP non era un programmatore, non era laureato in informatica – insomma non programmava lui i sistemi operativi così diversi dagli altri che lo hanno reso famoso: lui li immaginava, comprendendo nello stesso pensiero le possibilità del codice ma anche le abitudini e le sensazioni degli utilizzatori. Altro elemento importante è la centralità della forma, che nella sua idea si collegava all’aspetto emotivo del suo (e poi nostro) relazionarsi a una tecnologia. Un oggetto bello è anche attraente, e anche con questa emozione, secondo Jobs, la tecnologia diventa un’estensione del nostro corpo, che è poi il segno delle tecnologie meglio riuscite: il telefono, il mouse, l’auto, la chitarra, ecc.

La sua mancanza di specializzazione, abbinata alla sua mania estetica, lo portano a immaginare metodi di interazione semplici e geniali tra noi e gli oggetti della tecnologia. Un buon esempio è la sua avversione per i tablet da utilizzare con lo stilo; indicando le sue dita diceva: “La natura ce ne ha già dati 10.” Leggendario poi l’odio di Jobs per i manuali che infatti non vengono mai forniti coi prodotti Apple, tranne in rarissimi casi. Questo sarebbe fastidioso se non fosse che, tranne in rarissimi casi, per i prodotti pensati da Jobs i manuali non servono. Perfino i detrattori della Apple, che sono molti e hanno alcune ottime ragioni per esserlo, non possono non notare questa differenza. Che naturalmente nasconde alcuni compromessi: meno preferenze e possibilità di interazione profonda col codice, un sistema chiuso e integrato di hardware e software e alcune serie limitazioni alla flessibilità delle opzioni. Però in cambio si realizza quello che Jobs aveva immaginato progettando il primo Mac, uscito nell’84: un computer per fare cose non informatiche, immediatamente utilizzabile da chiunque. Com’è noto, nell’84 la Apple introduce le icone, le finestre e il mouse, inventando il concetto di desktop e aprendo la strada all’idea di Personal Computer. All’epoca i computer erano oggetti da nerd, i sistemi operativi erano solo per iniziati, gli schermi erano neri con le lettere verdi lampeggianti. Grazie al suo amore per la tipografia, Jobs introduce i font a spaziatura variabile, aprendo la strada al desktop publishing: tanto per dire, Rumore è impaginato così, e Jobs lo sapeva già nell’84.

Come faceva? Di sicuro per alcune delle ragioni che ho elencato all’inizio – più un’altra. Jobs cresce in un ambiente culturale dove esisteva ancora una forma di pensiero oggi scomparsa, specie in Italia: l’utopia. Che poi vuol dire la capacità di immaginare oggetti, mondi e società impossibili, o molto difficili, come l’anarchia o il teletrasporto. In fondo, a pensarci bene, anche un PC che manipola le foto pareva impossibile, per non parlare di un computer con un solo tasto. Invece ce li abbiamo entrambi, anche grazie a Jobs e al suo modo di pensare senza limiti.

L’immagine è di Susan Kare, autrice delle prime icone del Mac.