Estrema unzione della ragione

Apprendo che in Italia c’è un’ondata di rifiuto dell’Olio di palma, che sarebbe ritenuto inferiore, cattivo, dannoso per l’ambiente, mortale: quell’Olio non piace, e bisogna smettere di usarlo. Scopro che alcuni grandi produttori difendono la bontà del proprio olio, manco fosse extra-vergine spremuto a freddo: lo sanno tutti che l’Olio di palma costa meno perché è inferiore, e loro lo usano apposta. Altri invece appongono bollini sulle confezioni: non contiene Olio di palma. Sarebbe solo l’ultima di una infinita serie di polemiche che periodicamente circondano un ingrediente o l’altro – chiacchiere raramente interessanti. La questione dell’Olio di palma invece mi fa pensare a una cosa molto importante, piuttosto brutta e intensamente vera.

L’attuale situazione geo-politica nasce da secoli di colonialismo. Il colonialismo è la prassi, da parte di nazioni ricche e potenti, di conquistare terre selvagge e sconosciute (a loro, ovviamente) e farne i propri domini. Per farci cosa? Ovviamente per produrre beni (esotici, lussuosi, o anche in quantità gigantesche) a uso e consumo del paese dominante. Ci sono centinaia di esempi nella storia. Tra i più eclatanti c’è quello dell’India: quando gli Inglesi concessero l’indipendenza (o meglio, furono costretti a andarsene) nel 1949, l’intera industria indiana era progettata per produrre merci (spesso semi-lavorate) per il mercato britannico. Ci vollero molti anni prima di riconvertire quelle fabbriche. Finito il colonialismo politico, è venuto quello economico. Oggi sappiamo tutti benissimo che alcune merci (caffè, cacao, certa frutta e verdura, e molto altro) vengono prodotte in paesi meno ricchi (dell’Asia, dell’Africa e del Sud America, le stesse aree del vecchio colonialismo) e vendute da noi, in Europa e USA (e adesso, pian piano, anche altrove). Non solo: sappiamo anche che, nel caso di prodotti particolarmente popolari, intere aree del pianeta sono state dedicate a quella coltivazione – a volte con effetti devastanti. E’ il caso del Mais, il cui sciroppo negli ultimi anni ha sostituito il più costoso Zucchero di Canna praticamente ovunque, dalle bevande gasate ai dolciumi industriali. Questa domanda immensa ha indotto milioni di contadini sud e nord-americani (che a differenza di quelli europei hanno meno sovvenzioni, e quindi stanno sul mercato) a passare a questa coltivazione, con un impatto notevole sull’economia: molti altri prodotti che una volta erano coltivati localmente, oggi sono importati. Il prezzo del Mais ovviamente lo fanno i grandi acquirenti, in regime di sostanziale monopolio. Di questi argomenti si parla da anni, ed è la ragione per cui si trovano caffè e cioccolata equi e solidali: sono tutti mercati dominati da giganti.

Il caso dell’Olio di palma è perfino più spettacolare. Sappiamo che le foreste dell’Amazzonia stanno scomparendo. Lo sappiamo perché ci riguarda: la scomparsa di quelle foreste provocherà cambiamenti climatici anche da noi. Il metodo con cui le eliminano si chiama Slash & Burn, taglia e brucia. Secondo voi, poi che cosa ci fanno su quel terreno? Campi da calcio? Centri commerciali? No: ci coltivano, tra l’altro, milioni di Palme da olio, ad uso dell’industria alimentare mondiale, principalmente quella occidentale. Olio che noi (cioè le nostre industrie) paghiamo due soldi, essendo l’unico cliente. Adesso viene fuori che ad alcuni consumatori, in Italia, l’Olio di palma non piace più, è cattivo e rovina il pianeta. E’ certamente vero, ma da un punto di vista geo-politico il problema è lo stesso del Cacao o del Caffè, e la soluzione non è certamente smettere di consumare questi prodotti, ma di farlo più responsabilmente. Aspettarsi che delle merendine industriali facciano bene alla salute è evidentemente un’idiozia. Il problema è tutto un altro: il funzionamento del mercato globale, la relazione tra nord e sud del mondo, la qualità dei consumi. Questioni geo-politiche importanti, che non si risolvono sostituendo istericamente un grasso con un altro.