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Introduzione: Ma ‘st’idea del porno come t’è venuta?

Il mio interesse per l’Alt Porn, e cioè tutta quella pornografia non classificabile come mainstream e quindi industriale, nasce nella seconda metà degli anni Novanta quando, con l’arrivo di internet, è nato questo genere. Alla solita pornografia tradizionale (presente on line sotto forma di scansioni di riviste anni Settanta e Ottanta) se n’è affiancata una nuova, inizialmente semi-underground, figlia della tecnologia: quella degli amateur, dei «normali» (e non ipercorpi pompati a silicone e palestra), dei dilettanti entusiasti che grazie all’avvento della fotografia (e poi del video) digitale hanno potuto finalmente esprimersi e distribuirsi in rete. Questo genere di immagini è stato da subito intensamente diverso dal solito pornazzo. Non solo formalmente, per via della bassa risoluzione e le inquadrature a volte inusuali, ma anche sostanzialmente: sono immagini prodotte per ragioni, e in un contesto, radicalmente diverso dalla pornografia com’era stata fino a quel momento; e che quindi attivano una parte diversa del cervello (per certi versi vicina a quella di quando guardiamo Real Tv o i film di Michael Moore), proponendo una relazione diversa tra attori, produttori (spesso la stessa persona) e spettatori – che finalmente possono interagire con commenti, suggerimenti e magari pubblicando le proprie immagini. Ho chiamato questa nuova pornografia Realcore (oggetto di un libro a sé, a cui sto lavorando) perché basa molto del suo effetto sul principio di realtà. E la realtà, è noto, spesso supera la fantasia. Nel corso degli anni, a questi due generi se n’è affiancato un terzo, che ne è in qualche modo la sintesi. Io lo chiamo Cottage Porno; è una piccola pornografia artigianale, spesso legata a una pratica specifica (come i sottogeneri del BDSM o certi feticismi più rari), autoprodotta e distribuita rigorosamente via internet, di solito in abbonamento. Benché commerciale, questo tipo di porno mantiene spesso la freschezza e diversità che caratterizza le produzioni amatoriali. Se per Alt Sex si intendono quelle pratiche sessuali non convenzionali (a volte veri e propri stili di vita) che fino a qualche anno fa qualcuno definiva «perversioni» (un termine proprio immondo), allora l’Alt Porn sta alle produzioni industriali come l’Alt Sex sta al solito sesso. Non solo, ma l’avvento dell’Alt Porn sulla scena «mediatica» (intendendo la rete) ha certamente favorito la diffusione di pratiche diverse dall’ordinario – specie tra i più giovani, ma non solo. I due fenomeni sono indissolubilmente correlati, benché la gran parte dell’Alt Porn ritragga pratiche assai ovvie, inclusa la (per me noiosissima) posizione del Missionario.

Questa vera e propria rivoluzione causata dall’avvento delle tecnologie digitali non ha riguardato soltanto il sesso. Anche la musica, la grafica e il giornalismo hanno attraversato, o stanno attraversando, mutamenti molto simili: è la rivincita dei molti contro i pochi, della varietà contro l’asciutta autorevolezza calata dall’alto, della diversità contro l’omologazione, e in fondo della nicchia (un concetto finalmente assassinato da internet) contro il mass market. Dai termini che ho appena usato si capisce che per me questa è anche una questione politica, in molti sensi. Per anni ci siamo lamentati che la pornografia fosse brutta e suggerisse modelli di comportamento discutibili. E siccome è noto che il porno (da Gola Profonda in poi) ha insegnato a diverse generazioni (di maschi, ma non solo) cos’è e come funziona il sesso, si capisce quanto fosse urgente una riscrittura delle regole del genere – cosa che finalmente sta avvenendo. Inoltre il fatto che si desiderino dei corpi normali, invece di quei mostri di plastica e Viagra che dominano la pornografia industriale, è un fatto eclatante: significa che malgrado il martellamento di Veline, Tronisti e Calciatori, una certa percentuale del pianeta invece desidera dei corpi normali come il mio, e probabilmente anche il vostro. E infine la questione delle motivazioni personali: trovo molto più attraente una pornografia realizzata da persone a cui piace davvero quello che stanno facendo, invece di recitare (non essendo esattamente Al Pacino) un coinvolgimento che non c’è – magari per bisogno.

Questo libro parla degli effetti di questa rivoluzione. Effetti sul porno, ma anche sulla società in generale: le nuove generazioni, per esempio, che hanno su questo tema un atteggiamento diverso e contrapposto a quello dei loro genitori. In questo senso oggi il sesso mi pare diventato uno dei detonatori principali di conflitto generazionale. Lo è da molto, naturalmente, ma quando avevo quindici anni io, negli anni Settanta, non c’era la possibilità di postarsi nudi su MySpace (uno dei pochi motivi per cui oggi può essere chiuso un account) – altrimenti forse l’avrei fatto.

Questi articoli sono originariamente comparsi tra febbraio 2007 e dicembre 2009 su Rolling Stone Italia, che vorrei ringraziare per aver ospitato e per continuare a ospitare le mie idee, a volte non comodissime: è bello e raro, specialmente qui in Italia (la rubrica continua, in versione fotografica, col nome di Alt Sex 2.0). Ringrazio inoltre vigorosamente tutti coloro le cui immagini hanno scatenato le mie riflessioni in questi anni. Alcune di queste foto le trovate anche in questo libro: sono per lo più tratte dai newsgroup di Usenet, una zona arcaica ma libera e gratuita della rete, o sono dei produttori artigianali di cui parlavo più sopra, molti dei quali hanno iniziato pubblicandosi proprio lì. Vorrei anche ringraziare con affetto la Serrano Posse (Yana, Luca, Mateo e Nico) di L.A. che mi ha ospitato durante la revisione di questi articoli (e nel cui giardino sto scrivendo questa introduzione). Inoltre una menzione speciale va ai visitatori di Radiogladio.it e Sergiomessina.com (dove trovate tutti questi articoli commentabili), che negli anni mi hanno permesso di testare e raffinare idee anche controverse, spesso dandomi dei feedback assai preziosi. E ovviamente grazie a voi che il libro ce l’avete in mano: siete quelli per cui l’ho scritto.

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