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35: Animal Porno Planet

Oggi le vie della sessualità sono praticamente infinite. Ma non è sempre stato così; nella storia, il catalogo delle «perversioni» è rimasto sostanzialmente invariato per secoli. Alla fine del XIX secolo Richard von Krafft-Ebing ne tenta una classificazione nel libro – grazie al cielo superatissimo – Psychopatia Sexualis, dove cataloga le varie parafilie: «Manifestazioni della sessualità umana caratterizzate dall’eccitazione provocata da comportamenti o situazioni non direttamente connessi alle finalità riproduttive tipiche del sesso tradizionale» (Wikipedia). Oggi, sempre grazie al cielo, la quasi totalità di queste pratiche è stata «sdoganata»: non ci si scandalizza più se si parla di sesso anale, la masturbazione è considerata una pratica sana (oltre che necessaria) e a nessuno verrebbe mai in mente di considerare l’omosessualità una malattia – salvo a essere Borghezio, che forse costituisce di per sé una patologia.

Eppure ancora oggi la bestialità, o meglio il pet loving, fare sesso con gli animali, resta assai controverso. Illustrato in dettaglio su vasi greci e bassorilievi indiani, è invece considerato inaccettabile dalla gran parte della società odierna, benché l’amore per gli animali sia molto in voga – anzi forse proprio per questo. Chiunque conosca la pornografia storica sa benissimo che le scene di sesso tra donne e animali sono abbastanza comuni. La prima a farlo sul grande schermo fu una certa Bodil Joensen, danese, filmata nel 1970 da Ole Ege (forse il primo regista hard della storia). Il suo film A Summer Day, contrabbandato anni dopo nel resto d’Europa col titolo di Animal Farm, è stato considerato per decenni il fondo del barile.

Fino all’arrivo della rete, che ha avuto un effetto molto rilevante sulla pornografia: da spettacolo passivo è diventata un’attività partecipativa dove si premiano l’entusiasmo e la naturalezza più dell’aspetto. E se questo è vero per il porno straight (‘convenzionale’, uomo/donna), lo è a maggior ragione per i generi più estremi. Nel XXI secolo, se vuoi fare soldi col porno vai a fare dei film mainstream. Se invece ti fai fustigare, o fai sesso con gli animali, tendenzialmente è perché ne provi piacere, o comunque non ti preoccupa più di tanto. A pensarci bene questo è un fatto positivissimo; non solo suggerisce l’idea di una scelta consapevole e consensuale, ma produce una pornografia molto più interessante perché «vera»: non più fiction insomma, ma documentario.

Nel numero di settembre della rivista Bizarre c’è un’intervista a due dei protagonisti dell’ultima ondata di animal porno in rete, Alan e Stray X, rispettivamente operatore/regista/webmaster e star di una lunga serie di film apparsi su vari siti negli ultimi cinque anni. Stray si dichiara femminista, è molto bella, sorridente e laureata in Belle Arti; sostiene di avere avuto questo desiderio da sempre ma di aver trovato il coraggio di esplorarlo solo dopo aver trovato anime simili nei forum. Racconta Alan: «Avevo messo in rete un manuale semiserio per principianti su come fare sesso con un cane; ci fu un responso enorme. All’epoca l’animal porn aveva solo un valore di shock, mentre c’era la richiesta di materiale chic, sexy, coraggioso e cool. Inoltre in quei film non c’era niente che attirasse le donne, di solito raccontate come troie senza ritegno: esattamente l’opposto della nostra filosofia».

Naturalmente c’è una zona grigia etica abbastanza evidente: la relazione tra cane e padrone non è esattamente improntata sulla libera scelta. Però spesso gli animali domestici instaurano relazioni anche sessuali con gli umani. Dice Stray: «Costringere un cane ad avere un’erezione e quindi fare sesso con un umano è impossibile». Io non so se questo sia vero. Però, se uno apprezza il genere, oggi la scelta è tra una povera baraccata brasiliana che magari lo fa per mantenere la figlia malata e Stray, o le varie altre nuove star dell’animal, che invece si divertono. E non mi pare ci siano dubbi: come dicono a Napoli, dove c’è gusto non c’è perdenza.

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