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12: War porno

L’uniforme, si sa, ha il suo fascino ed è da sempre uno dei temi ricorrenti dell’immaginario erotico di qualsiasi genere: dall’ufficiale gentiluomo al kapò nazista fino al postino e alla vigilessa, nel sesso l’abito sembrerebbe fare il monaco (altro protagonista classico di racconti piccanti, pure lui in uniforme). Parte dell’effetto è naturalmente legato alle attività che l’abito evoca, ma c’è di più: la spersonalizzazione dell’uniforme – creata apposta per questo – suggerisce un primato del ruolo sulla persona e in un contesto sessuale questo effetto è molto potente. Poi ovviamente ci sono ruoli e abiti tradizionalmente legati a un immaginario specifico: l’infermiera o la studentessa (in paesi dove sopravvive la pratica della school uniform) sono tra gli archetipi classici del porno.

Oggi il mondo cambia velocemente e nuovi e più potenti ruoli – e uniformi – si affacciano nell’immaginario erotico. Uno di questi è certamente la soldatessa. Comunque la si pensi sull’accesso delle donne negli eserciti (sia che la si consideri una battaglia femminile vinta o che lo si veda come un passo indietro dell’umanità, che dovrebbe abolire gli eserciti e non aprirli a nuovi soggetti), la donna in divisa è certamente un esempio classico di fantasia erotica, dal piccante all’italiana (La soldatessa alla visita militare, La soldatessa alle grandi manovre ecc.) fino a certi video BDSM (etero e omosex, indifferentemente) di ambientazione marziale.

Nell’era della rivoluzione digitale è nato un genere totalmente diverso di pornografia della guerra, nuovo e terribile. L’abbiamo visto tutti, con orrore, sui giornali e in TV: sono gli autoscatti di torture e maltrattamenti delle nuove guerre e in particolare nelle carceri di Abu Ghraib e Guantanamo. Molte di queste foto hanno un contenuto esplicitamente sessuale, presentando umiliazioni di vario genere ai danni di detenuti costretti a masturbarsi, vestirsi da donna (in questo caso la sissification è forzata), stare nudi e incappucciati in presenza di donne, torturati ai genitali ecc. Ma anche negli scatti più generici c’è sempre uno sguardo morboso, un punto di vista «caldo»: è evidente che queste immagini ritraggono atti considerati trasgressivi dagli autori delle foto (benché quasi certamente non scoraggiati dall’alto). Lo scandalo venne fuori anche perché queste immagini vennero pubblicate su internet: quindi non si tratta solo di souvenir di battaglia ma di vero e proprio porno di guerra realizzato per essere condiviso (e utilizzato), esattamente come il porno digitale amatoriale o i famigerati video fatti dagli studenti e messi su YouTube: non necessariamente per eccitarsi ma di sicuro per soddisfare degli istinti.

L’ultimo conflitto mondiale portò alla ribalta dell’immaginario sessuale occidentale il nazismo e perfino i campi di concentramento divennero protagonisti di B movies di genere erotico. Oggi è il conflitto tra Occidente e Oriente a essere protagonista, suo malgrado, di varie forme di exploitation a sfondo anche sessuale. Gli esempi sono molti: le foto dei militari USA, certamente, ma anche il fumetto web Taliban Torture (dove le torture però sono solo a sfondo sessuale), i video delle esecuzioni di Al Qaeda o l’orribile e falsissimo sito Arab-sex.com, che mostra donne arabe platealmente taroccate con guêpière e burqa. Un porno esotico insomma, basato sulla differenza; o meglio – duole a dirsi ma non sarebbe il primo caso – una pornografia dell’odio.

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