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25: Porn’n’Roll party

Una delle cose belle di essere cresciuti con il rock’n’roll e i suoi derivati è la sua complessità. È un genere musicale, uno stile di vita e in certi casi perfino una comunità di anime. Esprime dei contenuti assai rilevanti: amore e morte, liberazione e futuro (o non futuro, a volte), divertimento e consapevolezza; e lo fa dentro una delle forme più efficaci e dirompenti, appunto il R’n’R. È un pacchetto inesorabile, dove sostanza e forma sono indissolubilmente legate: i messaggi dei Clash, tanto per fare un solo esempio, arrivavano chiari e forti non solo per la bontà del loro contenuto, ma anche per via della coolness dei messaggeri e l’efficacia del tramite, la musica. Leggere il testo di London Calling non equivale a sentire il brano o vedere l’indimenticabile videoclip; e, riflettendoci, nemmeno il contrario avrebbe senso: la canzone, con un testo di Cutugno sarebbe inutile, perfino se cantata dagli stessi Clash. Chi è cresciuto col R’n’R – la stragrande maggioranza di noi, presumo – sa benissimo che questo lo ha formato anche culturalmente e ideologicamente e nella maggioranza dei casi lo ha pure aiutato a definire la propria identità in contrasto con gli adulti, soprattutto con i genitori. Il conflitto generazionale, questa sanissima fase di passaggio, ha spesso avuto a che fare con la musica, come sa bene chi, come il sottoscritto, ha gongolato nel sentirsi dire dalla mamma: «Questa non è musica, è rumore!».

Ecco: pare che oggi la nuova pornografia indie, sempre più diffusa, matura e assai diversa dal solito pornazzo, si avvii a svolgere un ruolo generazionale molto simile a quello svolto dal R’n’R. Si è sempre parlato della funzione educativa del porno, che negli anni Settanta ha mostrato al mondo l’esistenza di qualcosa oltre la posizione del missionario. Eravamo ancora nella fase dell’onda lunga della liberazione sessuale: una cosa insieme ludica e serissima, legata ai movimenti di liberazione, delle donne e poi degli omosessuali e intesa a affermare il piacere come un diritto. Quella marea si è nel frattempo ritirata, l’AIDS ha scoraggiato i più e nelle giovani generazioni quella memoria si è persa. Però grazie a internet, all’attenzione per il corpo (dagli addominali ai piercing) e al porno alternativo, la sessualità è diventata di nuovo centrale nell’attenzione dei giovani, per i quali sta anche svolgendo un ruolo essenziale di definizione generazionale. Un sedicenne del 2009 ha ben pochi spazi di autonomia e di sano conflitto: non la musica, il vestiario, la politica, il sesso o i capelli (come avveniva negli anni Settanta) e nemmeno più i tatuaggi (che sfoggia, magari più piccoli, anche il papà). Oggi, per ottenere l’effetto «Questa non è musica» ci sono pochissime strade e tra le più battute c’è l’Alt Sex, che si impara a fare anche guardando l’Alt Porn. Il quale non si limita a mostrare posizioni ma, come il R’n’R, costituisce sempre più spesso un pacchetto culturale fatto di linguaggio, vestiario, situazioni, coolness, stili di vita ed espressività anche molto distanti – tanto quanto Cutugno e i Clash.

Se questo è vero, allora Irving Klaw (il fotografo di Bettie Page, vedi articolo successivo) sarebbe una specie di Chuck Berry, Gerard Damiano un Phil Spector e Cicciolina una Peggy Lee; la digicam, il vero strumento espressivo comunitario di oggi, come la chitarra nel 1969 e il giradischi nel 1999. E il 2009 sarebbe un po’ come il 1959. Aspettando i Beatles, ma soprattutto i Rolling Stones, del porno.

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