Che resti tra noi

Quando si produce comunicazione su Internet (tipo scrivere questo blog, o pubblicare sui social media) , si pensa quasi sempre a un pubblico virtualmente infinito. Sfociando a volte nel ridicolo, come fare pubbliche dichiarazioni di condanna del razzismo che verranno lette solo dai propri amici, presumibilmente già d’accordo. C’è però un altro aspetto interessante circa le potenzialità della comunicazione “globale”.

Questo blog esiste dal 2004. Nei suoi primi dieci anni ha avuto, più o meno, una crescita costante in termini di visitatori. Ultimamente però la curva è assai cambiata, proprio per via dei social media. Da un lato, se devo scrivere un pensiero veloce, certamente Facebook è un veicolo più immediato, e questo sottrae traffico a Fosforo. Se invece voglio dire qualcosa di più articolato, allora vengo qui. Una volta scritto il mio post, ho due opzioni: veicolarlo tramite Facebook, e generare un certo traffico (che, nel caso di argomenti particolarmente graditi, dura fino a 4, 5 giorni). Oppure non farlo, nel qual caso, salvo che qualcun altro non lo condivida, rimarrà solo qui. E verrà letto solo da quelli che frequentano questa pagina. I quali, naturalmente, sono sempre meno: molti immaginano che se scrivo qualcosa qui, loro lo scopriranno di là.

Questo crea un effetto che mi piace molto: Fosforo è diventato una sorta di canale semi-privato per comunicare con alcuni, senza dover necessariamente farlo con tutti (tutti i miei contatti di Facebook). Il che non solo garantisce una comunicazione non diluita (per dire, su Facebook non ho mai pubblicato niente del mio lavoro sul porno, e l’unica locandina postata è stata subito rimossa), ma previene alcuni dei vizi comunicazionali tipici dei social media, come i like ruffiani, i commenti letali e le discussioni fuori tema. Uno spazio diverso, insomma, magari non di grandi numeri, ma ecologicamente più sano.