Franco Del Prete

Nella mia tarda adolescenza ero un fan di Napoli Centrale, avevo i loro dischi che suonavo per radio e andavo ai loro concerti. La loro musica soddisfaceva diverse mie esigenze musicali: il gusto per il groove, un colore Jazz-Rock molto basico e viscerale, i testi in napoletano – una lingua per me allora quasi ignota e molto attraente. Un’estate (forse quella del ’76) erano in tour (con Pino Daniele al basso e Pippo Guarnera al piano elettrico) e alcune loro date si incastravano con altri concerti che volevo vedere, quindi mi feci un pezzetto di tour con loro. O meglio: spostandomi con mezzi miei gli rispuntavo ogni giorno al sound check. Una sera prendo coraggio e prima del concerto mi avvicino alla band, che si rilassava sul retro del palco, separato da una transenna. Mi ci appoggio e faccio il vago, cercando di ascoltare la loro conversazione. Ma immediatamente il capoccione riccio di Franco Del Prete (il batterista) si gira, mi squadra e mi fa: “Tu ci stavi pure ieri sera, e non era la prima volta”. Gli rispondo che sì, in effetti era la terza o quarta data che vedevo. Mi sorride e mi invita aldilà della transenna, presentandomi agli altri come il loro fan #1. Sono imbarazzatissimo, gli altri mi ignorano ma non Franco, che mi offre da bere e vuole sapere di me. Dopo il concerto vado a salutarli e Franco mi dice: “Oh, mi raccomando, non sparire”. Io ero assai sorpreso, non riuscivo a capire come fosse possibile che un famoso batterista (già leggendario per via degli Showmen, e molto più vecchio di me) si preoccupasse di essere gentile con un nessuno, perdipiù minorenne. Qualche sera dopo mi presento al sound check, Franco mi vede dal palco e mi fa cenno di andare sul retro. Stavolta perfino Senese, meno affabile del suo compare, si accorge di me. Nel tempo ci siamo rivisti qualche volta, li ho anche intervistati (forse l’anno dopo), poi ci siamo persi di vista, ovviamente.

Avanti veloce di 15 anni e mi ritrovo a Napoli insieme ai 99 Posse per produrre il loro primo album, che contiene un sacco di ospiti, non solo della scena Rap/Raggamuffin: alcuni amici loro ( Speaker Cenzou, Suoni Mudù, Capone, ecc) e alcuni anche miei, in particolare Daniele Sepe e i Bisca con cui ero entrato in contatto alcuni anni prima. Naturalmente nel retro della testa ci stava anche la mia storia coi Napoli Centrale, e in diversi momenti ho pensato che forse avremmo dovuto chiamarli. Poi però non è successo e mi dispiace da allora, ma ancora di più oggi quando ho saputo della morte di Franco. Da cui ho imparato una cosa assai utile. Che la musica è come un orto, e non basta fare i dischi: poi bisogna annaffiarli, curarli, zappettarli e concimarli, accorgendosi cosa gli succede intorno e agevolando le connessioni. Perfino ascoltando con interesse cosa ha da dire un fan diciassettenne inesperto ma ostinato. Grazie, gentiluomo batterista: il tuo esempio mi è stato di grande utilità.

2 thoughts on “Franco Del Prete

  1. Grazie per questo ricordo. E per la “riesumazione” di quello stra-ordinario movimento internazionale/napoletano che arriva fino a oggi e andrà parecchio oltre. Tanto merito suo.

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