Playbolgia

Oggi muore Hugh Hefner, e su internet si apre la polemica: bello, bravo, corragioso, o invece sessista, infame e magnaccione. Come spesso capita, le cose sono un po’ più complesse e interessanti. Hefner è stato un abilissimo imprenditore, innanzitutto di se stesso. Il principale prodotto di Hefner è Hef medesimo, il suo stile di vita, i suoi gusti. Pochi sanno che nel ’59, ben prima dei reality trash, Hefner aveva prodotto e condotto Playboy’s Penthouse, uno show stile party ambientato a casa sua, dove si esibivano comici e musicisti – spesso neri, frequentemente controversi e comunque fuori dal panorama televisivo. Gente come Ella Fitzgerald, Nat “King” Cole, Sarah Vaughn, Harry Belafonte o Lenny Bruce. Si dice che Playboy’s Penthouse sia stato il primo show televisivo a dare pari dignità a artisti neri e bianchi.

Playboy (la rivista) esplode nei primi anni ’60, anni in cui il nudismo andava insieme alla rivoluzione sessuale, e al femminismo. Hef cavalca astutamente questa ambiguità, infilando testi di qualità assoluta tra una mammella e l’altra. Non è il solo: nel ’69 il motto di Penthouse (che nasce come alternativa più spinta a Playboy – nel senso che mostrava il pelo) è “Sex, politics and protest”. Naturalmente non credo per un attimo al femminismo di Penthouse o Playboy (le cui didascalie di commento alle minne erano terribili, sessiste e misogine). Come ho detto, Hef era un abile imprenditore, capace di mescolare gli ingredienti e confondere le acque. Viene in mente Antonio Ricci, e il suo sudicio tentativo di far passare il velinismo come femminismo. Il titolo del documentario che celebra la vita di Hefner (autorizzato, e forse coprodotto da lui) la dice lunga su come si vedeva: Hugh Hefner: Playboy, Activist and Rebel. La deriva trash finale di Hef è lunghissima, e pedantemente documentata prima dal folklore della Playboy Mansion, e poi dagli infiniti, estenuanti reality.

Benché molto simili, Hefner riesce dove Berlusconi fallisce: diventa di proprietà del pubblico, ha una sua divisa (il pigiama), una truppa di teenager dentone zinniformi al seguito (che, ci tiene a far sapere, si scopa tutte), una villona costruita esplicitamente per trombare, lui e i suoi amici. Dedica la sua intera esistenza a soddisfare la propria (puerile, e a tratti squallida) fantasia e muore, suppongo circondato dall’affetto di dozzine di coppe larghe.

Se ne va un imprenditore, che NON ha cambiato il mondo (come sostiene qualcuno) bensì ha sapientemente cavalcato un cambiamento in atto. Un personaggio pubblico a tratti patetico, interprete di un immaginario che però, scopro dal mio Facebook, in molti gli invidiavano: la battuta (dei maschi) di oggi era “non può essere andato in un posto migliore”. Un furbone, che ha saputo mettere in scena la sua esistenza (e trarne profitto) come pochi altri hanno saputo fare: Berlusconi più di Silvio, Vacchi più di Gianluca, e con più puppe sottomano di Rocco. A suo modo sublime, e insieme insopportabile.

 

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *